Le streghe di Spartivento

Salvo si svegliò, come al solito, prima ancora che il sole facesse capolino sui morbidi picchi delle montagne e le vallate. Le montagne dei Nebrodi e dei Peloritani non erano imponenti e svettanti come le alpi della penisola italiana, ma dolci e sinuosi come le zone collinari; le curve degli strapiombi, che precipitavano nelle vallate, regalavano scorci a mare su Santa Teresa di Riva o Roccalumera. Faceva più freddo del solito a Novara di Sicilia in quell’inizio anno del 1365, dopo i nordici svevi, erano arrivati gli spagnoli d’Aragona a conquistare quello stralcio di Sicilia ed ora, il borgo di Novara, era proprietà del Gran Cancelliere Vinciguerra D’Aragona.
Quell’anno, salutarono il vecchio per il nuovo, con una festa sfarzosa e Salvo, il panettiere della borgata, fece grandi affari e riuscì a comperare abiti nuovi alle due figlie e lana alla moglie che gli confezionò quella calda sciarpa che aveva al collo e a cui ci si stava aggrappando come una lepre a una radice di rapa.
Il vento gelido che saliva da mare fino su in cima, gli penetrava le ossa ed era un calvario per lui affrontare il tratto di strada che lo separava da casa al negozio. Quando fu nei paraggi del grande noce di Spartivento, che, dopo lo sperone di Rocca Salvatesta, era il più imponente monumento che la natura potesse donare a quel paese e che dominava la veduta come il signore incontrastato, Salvo gettò sguardi furtivi a destra e a manca e le gambe iniziarono a tremargli. Il noce sorgeva proprio sul punto preciso in cui il vento vorticava sempre, dopo essere rimbalzato da una montagna dei Nebrodi a una dei Peloritani, arrivava all’enorme noce, piroettava attorno ai suoi rami e cambiava direzione; da lì, quella zona del paese, prendeva il nome di Spartivento.
I siciliani non ci guadagnavano mai dai nuovi conquistatori. Se gli spagnoli aragonesi avevano appena incrementato la costruzione di chiese e monasteri e l’esigenza di donazioni “caritatevoli”, gli svevi del nord, prima, avevano portato e lasciato lì gente strana: alti uomini biondi dagli occhi di ghiaccio e bellissime donne prosperose dalle strane abitudini. Infatti, sotto al noce che Salvo stava attraversando con mal celato timore, si vociferava che le nordiche professassero riti pagani, c’era chi asseriva di averle viste danzare nude sotto all’enorme albero, altri averle udite cantare in una lingua sconosciuta e, la vedova del calzolaio, giurava d’avere visto le figlie dello scalpellino amoreggiare con il Demonio.
Salvo rabbrividì fin nelle viscere al pensiero delle nordiche che potessero scorgerlo lì, in quel momento di tenebre antecedenti il giorno. All’improvviso, udì un rumore simile a un pugno di pietrisco che si snocciola sul terreno. Le gambe tozze di Salvo si bloccarono all’istante e lui sbiancò come la sua farina, stupito che i suoi arti ubbidissero più al comando della paura paralizzante che della ragione. Si guardò attorno con occhi atterriti e gli sembrò di scorgere ombre dietro all’immenso fusto dell’albero, di sentire il fruscio di vesti, sommessi bisbigli in quella nera mattina d’inverno.
Le sue orecchie captarono ancora quel rumore e Salvo, tremante, alzò lo sguardo a uno dei rami. Annodati con spaghi tra loro, un mazzetto di ossicini di gallina penzolava da un ramo, saldato a sua volta da un lembo di stoffa bianca al nervo ligneo del noce. Come se Salvo fosse stato punto sul fondoschiena, sobbalzò terrorizzato e corse più svelto che poteva alla sua panetteria reputandosi più al sicuro là che per strada.
<> Padre Augusto, eccelso studioso e Abate del monastero della chiesa di Sant’Ugo, era anch’esso proveniente dal Nord e, si disse Salvo, non in grado di capire le sue paure più terribili. Questi, gli aveva appena confessato ciò che aveva visto quel mattino e, l’Abate, aveva tentato di dissuaderlo giustificando le ossa con un più ragionevole: “Saranno stati dei rami secchi a cui si sono impigliati i nastri di San Silvestro”. Salvo non era convinto e aveva portato l’esempio della vedova del calzolaio che diceva d’aver visto le nordiche copulare con Satana.
Padre Augusto, dal canto suo, non voleva che si accusassero le figlie dello scalpellino Ludovico perché la sua famiglia era la più abile nella sua arte manifatturiera e, guarda caso, l’Abate gli aveva appena commissionato un’importante raffigurazione della Beata Vergine col Bambino per porgerla in dono al vescovo e, se agli Aragonesi fosse arrivata voce che le sue figlie erano sospettate di stregoneria, poteva dire addio alla statua e all’acconto che aveva dato all’artigiano. Magari dopo… Dopo che Ludovico avesse portato a termine la commissione, Padre Augusto poteva accusare personalmente le quattro figlie dello scalpellino così da ingraziarsi gli spagnoli che andavano in brodo di giuggiole con la Santa Inquisizione: avrebbe così reso felice il vescovo con la statua e si sarebbe messo in buona luce nei confronti dei nuovi signori di Novara.
<< …Ma padre>> piagnucolò Salvo: << ipernano o no, quel che ho visto so! Streghe quelle sono!>>
Padre Augusto sospirò e posò una mano sulla spalla del panettiere: <>.
Salvo non era convinto, ma decise di fare come diceva l’abate e se ne tornò a casa.
Non fu che a pochi passi dall’uscio, che sentì un tramestio risalire dalla vallata, rimbombare su per le rupi dei Nebrodi e dei Peloritani, scuotere le betulle, tremare i sugheri e le querce e urla terrificanti agghiacciare i timpani come lo stridere delle unghie sulla liscia ardesia.
Le truppe di Vinciguerra d’Aragona stavano risalendo i pendii e attraversavano i sentieri tra la fitta selva delle montagne con passo cadenzato, armature scintillanti e alabarde svettanti.
Tutti gli abitanti della borgata, uscirono da negozi e abitazioni, in cui erano rintanati, per vedere meglio la sorgente di quel tumulto.
Ludovico, lo scalpellino, uscì di corsa dal suo laboratorio e vide gli spagnoli armati arrivare nel paese come seguito di un modesto carro di legno. Sopra di esso, legata ad un apposito palo che la costringeva a stare eretta, c’era Agata: la figlia di uno dei pastori che viveva nella foresta appena fuori dal paese.
I soldati si fermarono al centro della piazza e il più totale silenzio calò su tutti i presenti. Solo i gemiti della ragazza sul carro interrompevano quel tetro ed improvviso avvenimento.
Agata, comunemente ritenuta la più bella della contrada per via della sua chioma bionda e setosa, ora era una specie di cadavere vivente: la sua invidiata capigliatura si era ridotta ad un ciuffo spennacchiato sulla nuca e tutto il resto le fu strappato e, in alcuni punti della testa, s’intravvedeva l’osso del cranio; i delicati lineamenti del volto erano deturpati da ustioni e lividi; il corpo sinuoso ricoperto a malapena da un sudicio sacco di iuta e, le carni pendule ed escoriate, tremavano al freddo dell’inverno. Dalla sua bocca, che fino a pochi giorni prima era soda e carnosa e ora con le labbra tagliate a mettere in vista gli ultimi denti che le lasciarono, usciva solo un acuto lamento: unico suono che, ormai, riusciva a proferire senza la lingua.
Un omo ammantato di nero, oscuro, sorse dal cuore del raggruppamento di soldati come la fuliggine vomitata dal camino: << Sono Padre Alejandro Juan Blanco e sono lieto d’informarvi>> indicò quel che rimaneva della ragazza con un teatrale gesto del braccio: << che la Santa Inquisizione è finalmente arrivata ad epurare questo paese dal Male!>>
Uno sciamare di vesti interruppe il silenzio che calò subito dopo quelle parole tonanti e centinaia di mani si segnarono con la croce.
<< Oggi, avete l’onore di vedere la prima morte di una strega nel vostro paese!>> Padre Alejandro sembrava un matador nell’arena: parlava con una voce possente e l’accompagnava con artificiosi gesti che facevano sembrare quei momenti il circo degli orrori.
I paesani, dal canto loro, erano atterriti alla vista della ragazza, dalle truppe armate e da quel prete cristiano che sembrava sbucato dalle gole dell’Etna.
Nel più totale silenzio della popolazione, i soldati sganciarono i due cavalli dal carro, fecero indietreggiare gli abitanti dalla sua prossimità, alcuni militari portarono dei fasci di paglia e rovi e li appoggiarono attorno al carro.
<< Concittadini>> riprese Padre Alejandro: << oggi, diamo inizio ad una nuova era qui a Novara di Sicilia. Le armate del Signore hanno combattuto in lungo e in largo questa piaga del Demonio ed ora purgheremo anche voi da questa pestilenza che ha il nome di: “Stregoneria”!>>.
Un altro sciamare di vesti si mosse per segnarsi, altri indietreggiarono fino a nascondersi in casa al riparo e Ludovico, dal suo laboratorio, sentiva andargli a fuoco ogni nervo e muscolo del suo corpo per l’accecante rabbia che lo stava divorando.
In quel momento, un soldato porse una torcia accesa a Padre Alejandro che la benedisse in latino e poi aggiunse: << Ecco, la fiamma di Dio che epura le vostre anime!>> ed appiccò il fuoco ai fasci posti attorno al carro.
In un sol ruggito, il fuoco divampò attorno alla ragazza e le sue urla risuonarono fin giù nella vallata, rimbalzando tra i monti, risalendo fin sulla Rocca Salvatesta e scuotendo l’essenza del noce di Spartivento.
Ludovico si prese la testa tra le mani per impedire che quella voce gli entrasse dentro e lo venisse a percuotere durante il sonno con atroci incubi.
Solo a notte fonda, l’odore di carne bruciata fu spazzato via dagli zeffiri.
Le ceneri di Agata, vennero deposte a palate davanti alla casa del pastore suo padre ed egli s’impiccò al salice che sorgeva di fianco alla casa dopo aver sgozzato tutte le capre.
Nordia era ancora alla finestra quando vide andare via anche gli ultimi soldati.
<< Come faremmo quest’anno?>> chiese Estania con un filo di voce.
Nordia scosse la testa.
Non osavano guardarsi in faccia le quattro sorelle. Erano le figlie di Ludovico, con un anno di differenza l’una dall’altra, una razza sveva che praticava ancora qualche rito celtico tramandato nella loro famiglia da generazioni e che, in quel paese, non erano mai state contestate queste loro “stramberie”. Andavano a messa, facevano le orazioni, rispettavano le santificazioni, ma, ogni tanto, le si vedeva attorno al noce in orari notturni.
Nordia era la prima delle quattro figlie: pallida e dai capelli color fiamma, poco femminile, si era fatta carico delle incombenze della matrona di casa dato che la madre era morta per dissanguamento con l’ultimo parto; poi c’era Ovesta anche lei di un pallore quasi traslucido, ma con pesanti occhiaie violacee che le inquietavano lo sguardo azzurro ghiaccio, quasi mai d’accordo con il ruolo ricoperto dalla sorella maggiore; la terza era Estania bionda e lentigginosa, costantemente nel mezzo e mai di posizione propria su qualsiasi decisione si dovesse prendere; per ultima, c’era Sudera gracilina e non ancora dodicenne. Vivevano nei pressi del laboratorio del padre, accudivano qualche capra ed eseguivano sapienti ricami per ornamenti chiericali o signorili.
Le sorelle avrebbero dovuto celebrare un antico rituale celtico che faceva parte della loro tradizione familiare: Imbolc, il primo giorno di rinascita della natura e si sarebbe dovuto onorare il primo di febbraio.
<< Con l’Inquisizione, non potremo pregare i nostri avi…>> sussurrò Sudera con il timore che i muri potessero ascoltare.
<< E’ proprio necessaria la preghiera al noce?>> chiese Estania a Nordia.
La maggiore annuì: << Bisogna accendere un falò e celebrare la natura dinanzi ad un grande albero e il noce di Spartivento è il più grande della Sicilia>>.
<> Ovesta bisbigliava, ma era comunque contrariata dalla cocciutaggine della sorella: << Ti aspetti che accendiamo un falò sotto al naso di Padre Alejandro?>>
Nordia tacque e continuava a giocherellare, col suo coltello, pensierosa. Era la maggiore che badava più spesso alle capre e portava sempre con sé quel coltello per ogni evenienza che potesse succedere al pascolo.
<< Sorella?>> Estania attendeva la risposta della maggiore. Ovesta aveva detto esattamente ciò che pensavano le altre due sorelle e che non avevano avuto il coraggio di proferire.
<< Il fuoco lo accenderemo nel camino e le erbe di Imbolc le mangeremo in casa, ma dobbiamo per forza pregare ai piedi del noce!>> e sancì la sua risoluzione battendo il manico del coltello sul tavolo.
Le tre sorelle si scambiarono sguardi preoccupati.
<> Sudera non terminò la frase, che Nordia le diede un ceffone.
<< Non rinnegheremo le nostre tradizioni per colpa degli spagnoli!>>
<< Ci uccideranno, Nordia!>> Ovesta era contraria alla celebrazione della festività e temeva che, gli abitanti del villaggio, avessero già messo al corrente l’inquisitore delle “stranezze” della sua famiglia.
<> Nordia spense la candela e la casa precipitò nel buio.
Nel silenzio della notte, si udiva sommesso lo scalpellio di Ludovico.

<< Buongiorno, Padre Augusto.>> Sudera scorse l’uomo sul sgrato della chiesa di Sant’Ugo. Era una frizzante mattinata di metà gennaio, il sole indorava le sinuose alture, dal belvedere di Novara si scorgeva il luccichio del mare e, nell’orizzonte, si vedevano le ombre delle Isole Eolie.
<< Buongiorno, bimba bella.>> salutò il padre mostrando tutti i suoi denti perfettamente marci: << Cosa porti in quel pacchetto?>>.
Sudera trasportava un candido involto di stoffa bianca accuratamente legato con uno spago: << Ho terminato la tovaglia per l’altare, padre.>>
L’uomo andò in contro alla ragazza come una iena si avvicina alla carcassa di un animale. Le prese l’involto dalle mani, avendo cura di sfiorargliele per saggiare la sua morbida pelle: <> si chinò talmente tanto, che a Sudera venne un conato di vomito nel sentire l’alito stantio dell’Abate.
<< Vieni mia cara, andiamo a vedere come sta…>> prese la ragazza delicatamente per la vita e lei rabbrividì. Padre Augusto, spinse Sudera oltre l’altare dove lasciò cadere il pacco e la spinse oltre le panche del coro.
Sudera iniziò ad opporre resistenza alla spinta dell’uomo, ma lui le strinse con forza il braccio: << Andiamo piccola, non ti farò del male. Serve una benedizione speciale per il tuo meticoloso lavoro…>> disse l’Abate a denti stretti.
Sudera tentò di divincolarsi dalla stretta dell’uomo, ma lui la prese di peso e la trascinò in canonica che a quell’ora era deserta dato che gli accoliti erano occupati con i lavori manuali nell’orto: << Non fare la pittima, piccola figlia del Diavolo! Lo sanno tutti che voi quattro vi scopate pure il Demonio!>>
Sudera iniziò ad urlare, ma Padre Augusto le diede un ceffone che le fece uscire sangue dal naso e alla ragazzina mancò il fiato. Senza che il suo cervello avesse tempo di riprendersi dallo shock, Padre Augusto le aveva già infilato le mani sotto le vesti e, con le dita, stava esplorando l’intimità della ragazza.
Sudera cacciò un urlo disperato: << Porcu!>> ma l’uomo di fede le strizzò il clitoride togliendole il fiato e la ragazza, nel suo profondo, pregò Dio di farla morire in quell’istante mentre le ginocchia si piegavano sotto la forza venutale meno.
Nordia non aveva idea da dove uscì quella voce, quel sussurro nella testa che le ordinò di correre alla chiesa di Sant’Ugo, ma mollò il pane a terra che le aveva appena dato Salvo e corse giù per la strada ripida di arenaria. Oltrepassò il noce, i cui rami sibilarono quando lei gli sfrecciò accanto.
Con un boato, la pesante porta della chiesa si aprì di colpo e Nordia gridò il nome della sorella: <>
Non udì risposta, tranne che per uno squittio che sembrava di un topolino. Attraversò la navata correndo, con il cuore che le esplodeva in petto, sotto alle espressioni atone delle statue che l’osservavano. Passò oltre il coro e spalancò la porta della canonica.
Con un balzo, Padre Augusto si scansò con il membro turgido stretto in una mano e Sudesta riversa a terra in una pozza di sangue, con escoriazioni sul volto, le vesti alzate fino al ventre, lividi e morsi sulle gambe. Sudesta fissava Nordia con gli occhi sbarrati e con il fiato corto di chi ha corso troppo per scappare e non riesce più dare il giro all’ossigeno nei polmoni, solo che era causato dal terrore e non da una fuga miracolosa.
Nordia si avvicinò all’abate impaurito per essere stato colto in flagrante, ma non per questo riuscì a frenare la sua lingua: << Siete le puttane di Satana!>>.
Nordia fissò i suoi occhi verdi in quelli neri dell’uomo: erano dardeggianti di rabbia e, nel loro smeraldino colore, ci si poteva perdere in abissi di veleno che le sgorgavano dal più profondo del suo cuore. Senza dire una parola, la nordica gli afferrò il pene con una mano e con un rapido gesto del polso dell’altra, gli amputò il membro con un taglio netto del suo coltello da pastore.
L’urlo che uscì dall’uomo, fu talmente atroce, da far accorrere gli accoliti del monastero nella sacrestia.
Quando arrivarono, trovarono Padre Augusto in posizione fetale urlante di dolore e Nordia che cercava di prendere in braccio la sorella minore che, ormai, era imbevuta del sangue che aveva perso dalle ferite causatele dall’uomo di fede.
Ludovico arrivò troppo tardi, il danno era ormai fatto e maledisse sé stesso, i preti, gli inquisitori, gli spagnoli, Novara e la Sicilia: << Dobbiamo andarcene subito da qui!>> disse l’uomo mettendo in spalla il mantello.
<> Ovesta l’aveva ripulita ed aveva visto che l’Abate l’aveva ferita in molti punti e, in più, non sapevano se le avesse causato emorragie interne.
<< Ci uccideranno se rimaniamo qui!>> Ludovico era disperato, doveva salvare a tutti i costi la sua famiglia. Nordia era diventata irraggiungibile, ancora non ci si spiegava come avesse potuto compiere quel gesto sull’uomo: l’immagine della sorella riversata sul pavimento, il prete in quella posizione deplorevole e lei con una rabbia grande quanto l’universo ed ora, non rispondeva nemmeno alle domande, non si curava più di nulla, continuava a tamponare la fronte della sorellina, a baciarle le guance e le mani e a sussurrarle che sarebbe andato tutto bene.

Salvo stava risalendo la strada di arenaria che conduceva al suo forno. Quella mattina di inizio febbraio gli metteva angoscia: nell’oscurità del finire della notte, il panettiere scorse delle figure e delle luci accanto al noce di Spartivento. Avvicinatosi, riconobbe alcuni soldati aragonesi e alcuni falegnami del posto indaffarati a tirare su un palco sufficiente per ospitare una persona sulla sua sommità; un umo taurino, era indaffarato su di una scala a legare una grossa corda. Le fiaccole, illuminavano a stento i volti degli operai che sembravano enormi formiche sotto la luce di una candela.
Salvo si sfregò le spalle e si strinse la sciarpa di lana al collo, affrettò il passo per non indugiare oltre in quel posto.
<< Per il potere conferitomi da Papa Urbano V e dalla Santa Inquisizione, io, Padre Alejandro Juan Blanco, condanno Ludovico lo scalpellino ad impiccagione!>> il vociare della folla attorno al noce di Spartivento si fece forte come il mare giù a valle quando viene tormentato dalla tempesta.
Lo scalpellino era incappucciato, seduto sul dorso di una giumenta, con un cappio al collo e l’estremità della corda saldamente annodata al ramo più robusto del noce. Quando l’inquisitore proferì il verdetto, Ludovico non mosse un muscolo come se fosse già morto prima dell’esecuzione. Dalla prigione del castello, aveva udito le terrificanti urla delle figlie torturate. Le fiancate dei monti, le cime, le selve fitte, gli strapiombi, le vallate furono percorse da quelle urla che persino la fauna di quei luoghi rimase in silenzio in quei giorni.
Padre Alejandro fece segno al boia di procedere e questi diede un calcio alla giumenta su sui Ludovico era seduto: quella s’impennò e corse via.
La caduta sorda del corpo, fece zittire il paese e tutti trattennero il fiato mentre la figura del condannato veniva percossa dagli ultimi spasmi.
Padre Alejandro dal suo palco, fece un cenno al Capitano delle truppe di Vinciguerra D’Aragona e questi ubbidì scomparendo in una viuzza.
Dopo qualche minuto, le barbute dei soldati presero a scintillare come i riflessi del sole a mare e, i paesani, li videro risalire i pendii scortando quattro carri: uno per ogni figlia dell’impiccato.
Salvo si chiedeva se era necessario tutto quel circo per uccidere dei poveri cristi.
Anche loro, come Agata prima, furono trasformate in cadaveri che respirano: deturpate, frustate ammaccate, furono ridotte al minimo indispensabile per sentire il fuoco mangiarsele.
<< Io, Padre Alejandro Juan Blanco, accuso: Nordia di stregoneria e atti di evirazione a discapito dell’Abate Augusto; Ovesta di stregoneria; Estania di stregoneria e Sudera di seduzione di uomo di chiesa e stregoneria e vi condanno al Rogo della Santa Inquisizione. Verrete bruciate e le vostre ceneri verranno gettate in mare. Il noce di Saprtivento, sul quale professavate i vostri Sabba col Demonio, verrà abbattuto! >> mentre parlava, le ragazze venivano trascinate a frustate sulla pira allestita appositamente per loro.
Il boia attizzò il fuoco con una torcia e le sterpaglie ruggirono come un branco di leoni, le urla si perpetuarono fin su Rocca Salvatesta, il nero fumo ammantò le giovani donne e si propagò per il cielo di mezzogiorno.
<< Finalmente!>> si sentì dire dalla vedova del calzolaio in mezzo alla folla.
Mentre Padre Alejandro scendeva dal palco, chiamò a sé il capitano: <>
Il soldato annuì e si congedò, con un inchino, dall’inquisitore.

Il male del rimpianto

-Un giorno ti parlerò di lei, ora non ne ho voglia…
-Perchè non ora?
-Perchè i ricordi riportano in vita le persone nei nostri cuori e il mio non è pronto a rivederla.
-Solo un accenno, qualcosa che mi dia un’idea su chi era…
-Oh, come sei insistente! Lei era viva e piena di fantasia, ora è morta e l’oscurità della realtà ha preso il suo posto. Non ho altro da dirti!

Perché piangi adesso?
-Perchè non posso vederla nemmeno attraverso i tuoi ricordi. Non ne ho di miei e speravo potessi aiutarmi ad averla con me, se non come ricordo nitido, almeno come una bozza!
-Per Dio!

Lei…
Lei era…
Lei era pura. Sì, credo che possa essere il termine giusto: pura.
Quando la conobbi non aveva ancora il cuore avvelenato dalla vita. Era dolce e fragile e io la volevo proteggere da tutto. Era mio dovere!
Ah, se solo avessi potuto vederla sorridere in quei momenti! Gli occhi gioivano e la radiosità si espandeva come luce attorno a lei!
Perché? Perché negli ultimi anni le cose sono cambiate?

Non l’ho più rivisto quel sorriso…
-Non ha più sorriso? Perché?

-Sorrideva. Sorrideva ancora, ma non era più il sorriso di gioia che conoscevo, per lo meno lei aveva smesso di esserlo. Aveva smesso di essere felice.
-Sorrideva pur non essendo felice? Com’è possibile?
-Perchè la vita le aveva tolto ogni volontà di esserlo. Il suo era simile a un ghigno. Non amava più, non fantasticava più, non guardava più il cielo con stupore e meraviglia. Osservava la vita scivolarle tra le dita e io non vidi più in lei la magnifica creatura di cui mi innamorai.
-Quindi? L’hai lasciata?

-No, continuai a starle vicino, ma smisi di darle attenzioni.
-Era per questo che non sorrideva?

-No, era per colpa della vita.
-Che colpa ne ha la vita? Ella ti piega e ti spezza. Si trova sempre il coraggio di andare avanti, ti cambia sì, ma non tanto da togliere la voglia di viverla! Che sia stato perché ha visto in te l’amore che sfumava?
-Bah! Non dire sciocchezze! Non le ho mai detto nulla di tutto ciò!
-Alcune cose non hanno bisogno di parole, lo vedi e basta quando hai perso la persona che ami!

-È impossibile! Non ho mai tradito la mia risolutezza con lei!
-Non si può recitare un sentimento…
-Non è colpa mia! Non puoi incolparmi di questo! Ero presente! L’ho vista affligfersi, tormentarsi e torturasi e l’ho vista cambiare!
-E ciò che è cambiato non ti è più andato bene…
-No! Sì! Come poteva andarmi bene? Io amavo la creatura innocente e fragile! Non quella statua di granito in cui si è trasformata!
-La vita ci cambia, sai? Indurisce proprio chi è più fragile ed indifeso difronte ai colpi pesanti dell’inevitabile e tu l’hai biasimata per questo, l’hai giudicata e lei lo ha visto…
-Come osi? Tu non c’eri nemmeno! Come puoi giudicare ciò che non hai visto e privato?
-Non ho bisogno di essere presente per capire che lei è cresciuta, si è fatta donna e tu quella donna non l’hai più voluta. Lei lo sapeva. Lo vedeva. Sai, forse si è anche odiata per questo…
È facile amare qualcuno che ha ancora speranza nel domani perché sono le persone più aperte ai sentimenti, alla felicità. Il problema è amare chi è ferito, chi si è fatto una corazza perché troppo fragile e per non soccombere si è rifugiato in un eremo. Quelle sono le persone più irraggiungibili, perché forti ed indipendenti. Lei viveva anche senza il tuo amore. Parlava, respirava, osservava senza bisogno del tuo aiuto e questo ti privava di ogni supremazia su di lei, ma hai tralasciato l’unica cosa che contava: dovevi seguirla e stringerla a te! Fare tue le sue paure, imbrigliare le sue insicurezze, impedire che si anientasse! Ma era difficile, impensabile! L’hai abbandonata quando aveva più bisogno di te e ora ne piangi l’assenza.

-Oh, che il diavolo ti colga! Chi sei tu per giudicare ciò che devo o non devo provare?
-Chi sei tu per giudicare come si debba cambiare? Che Dio mi scampi dal tuo affetto mutabile come la marea: che un giorno dà e un giorno toglie!
-Io l’amavo, ti dico! Amavo la sua fragilità, la sua debolezza… amavo tutto ciò che era…
-Se fosse stato vero non l’avresti allontanata. Tu credevi che fosse fragile, ma non si è mai scomposta. Tu credevi che fosse debole, ma non ha mai ceduto. Si è fatta forte perché non aveva altra scelta e forte tu non l’haipiù voluta. Tu non la volevi amare, volevi qualcuno che ti vedesse meno codardo di quello che sei in realtà!
-Come osi? Tu, piccolo figlio di…
-Puttana?

Vi ricordo che state parlando della donna che un tempo amavate. Rispettatene almeno il ricordo del vostro ideale che aveste di lei!

Caruso

Ciao, mi sei venuto in mente ricordando le parole di Caruso.
Mi sei venuto in mente perché ti perdo ogni giorno di più e in questa notte sento che altri ricordi di te scivolano via come sabbia dalle mani. Ti ho sognato e di tutte le reazioni che potevo avere, la più naturale è stata quella di correrti in contro piangendo. Volendo solo sprofondare in un tuo abbraccio. Che, onestamente, i tuoi abbracci erano duri e sembrava di stringere una statua di pietra, ma erano un rifugio sicuro.
Sai, in questa notte, osservo il nero delle tenebre e ti rivedo in quella piccola cucina, seduto al tuo tavolo a bere vino, fissando con sguardo malinconico il liquido rubino mentre dalle imposte socchiuse del terrazzo filtrano le deboli luci della notte e una falce di luna che come una comare sbircia i silenzi di pensieri ed elucubrazioni.
Ti rivedo sempre a quel tavolo, afflitto, chino, smarrito dalla vita, vulnerabile, confuso, in balia di tutto e nulla e mi dolgo nella convinzione che tutto ciò che ho fatto e avrei potuto fare non è bastato a salvarti dal fondo.
Ti ripenso in un bacio, dato di mattina con il caffè sul comodino e mi chiedo perché i risvegli così non siano d’obbligo invece di rimanere ricordi lontani e ormai lisi.
No, non ho spazio per altri sorrisi o altri affetti. Il male causato s’è portato via anche le ultime speranze. Ogni tanto m’illudo, come farebbe ogni essere umano, ma poi l’illusione svanisce e rimango nel buio. Pare che sia diventato il mio posto preferito, la mia ancora di salvezza, il nascondiglio perfetto dove togliere la maschera e piangere il defunto.
Sai, ho continuato con i tuoi insegnamenti. È tutto ciò che mi rimane: ricordi e mestieri e li continuò a fare nonostante porti il lutto della tua perdita… sì, non sei morto, ma è come se lo fossi, no? Piango chi non c’è più, chi non rivedrò più, chi non sentirò più e ,in fondo, è un lutto anche questo.
Non ti chiederò come stai, non lo voglio sapere. Non sopporterei l’idea che per te la vita sia continuata mentre io vivo nel limbo.
“Qui dove il mare luccica e tira forte il vento…” mi ricorda le acque blu, i rumori, gli odori, mi riporta esattamente lì dove ero e dove non sarò. Ricordo le lacrime, gli addii, quel sentore di “mai più” e, Dio, se fanno male! Come si fa a vivere con la consapevolezza della fine? Come si affronta tutto sapendo che finirà?
Non ho auguri in questa mia lettera, non ho speranze perché sto guardando solo indietro e la speranza è per chi guarda al futuro, è per chi si aspetta qualcosa ancora, mentre io non ho nulla d’attendere.
Non ti porto saluti, un addio è per sempre altrimenti ci si dice arrivederci e prima o poi il giro di vite ci fa tornare da chi abbiamo salutato. Gli addii sono i “mai più” augurati alle anime perse in questa vita o nell’altra. Sono strade interrotte, ferrovie ormai storte.
“Sentì il dolore nella musica
E si alzò dal pianoforte ma quando vide uscire
La luna da una nuvola
Gli sembro più dolce anche la morte”.

L’EPIFANIA

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Mara, era la madre di Ilenia. Mara era una brava donna di famiglia: si occupava con solerzia della casa, era esperta nel cucinare manicaretti e si dilettava in hobbies creativi come la pittura. Era il tramonto degli anni ’80 e Mara, in base ai dettami della moda, amava la criniera leonina dovuta alla permanente e le tonalità corvine di cui si faceva tingere i capelli. Gli occhi nocciola vibravano del fresco scintillio dei sui trent’anni, le labbra erano ben disegnate e sottili, aveva mani vigorose che, grazie alle unghie lunghe e laccate, davano l’illusione di essere femminili ed affusolate. Grazie al lavoro del marito Paolo (che purtroppo lo teneva spesso lontano da casa), conducevano una vita agiata e poteva permettersi gioielli in oro e pietre che amava sfoggiare quotidianamente.

Ilenia, figlia di Mara e Paolo, di 5 anni era l’unica nata dalla unione matrimoniale e, sebbene spesso si ritrovasse da sola nelle ore di gioco, le andava bene così. Nel suo egoismo infantile, non sentiva l’esigenza di un compagno di giochi come un fratello o una sorella, le andava bene così. Ilenia, era una bambina dai capelli lunghi e dritti ed una frangia che la facevano assomigliare ad una bambolina orientale. Nel viso tondo, predominavano grandi occhi neri e una boccuccia rosea.

Mara ed Ilenia, a causa del lavoro di Paolo, vivevano in stretto contatto. Mara, dalla fervida immaginazione, spronava in tutti modi sua figlia a vedere il modo come un luogo incantato e pieno di meraviglie. Con questo spirito, però, escogitava trucchetti per farsi aiutare nelle faccende di casa. Mara aveva un’indole furbesca, gagliarda. Aveva trascorso una vita piuttosto disillusa: l’infanzia tra i soprusi della madre che soleva percuoterla appena ne aveva l’occasione; un padre che, ben ché l’amasse, era quasi apatico alle vicende famigliari; un marito che le era stato quasi imposto (si fidanzarono all’inizio degli anni ’70 e di libertà ce n’era gran poca). Sua madre, le ripeteva spesso che era una brutta persona, che non aveva doti, che non sarebbe stata nessuno, che doveva sposare quel bravo ragazzo che tanto la sopportava. Mara era fragile alle accuse materne (e chi non lo è?) e quasi si convinse di essere quel negativo ritratto che sua madre pensava di conoscere. Non riusciva a vedere in Mara la persona dolce, simpatica e creativa che era; ma vedeva in lei quello che credeva di sapere. Conoscere una persona e credere di conoscere una persona (indistintamente se sangue del proprio sangue) sono due concetti totalmente diversi. Il primo è avere cognizione di causa, il secondo è immaginare senza sapere.

Dopo aver trascorso la prima parte della sua vita sotto questa prospettiva di sé stessa ed essersi convinta che fosse la realtà, s’impose di non fare lo stesso errore con sua figlia. Ilenia, fu un concepimento difficile. Sembrava non voler arrivare nella sua vita, ma, un bel giorno, eccola lì! Si svegliò con quel cambiamento interiore, quella percezione che hanno le donne quando sentono che qualcosa di magico sta per succedere in loro e fu proprio così. Mara era in cinta.  Si ripromise di non essere come sua madre, con sua figlia. Sarebbe stato diverso: avrebbe sognato, non l’avrebbe disinlusa, come fecero con lei. Sarebbe stato tutto diverso!

Ilenia, viveva bellissimi momenti creati da sua madre. Scopriva fantastici mondi di fantasia e veniva spronata ad immaginarne a sua volta. All’epoca, sulle reti nazionali, trasmettevano “I Puffi”: erano una specie di nanetti blu, con un codino, i pantaloncini bianchi e un buffo berretto a forma di virgola sul capo e vivevano in una foresta magica che, come abitazione, avevano colorati funghetti. A cinque anni, Ilenia era affascinata da quel cartone e tutto la emozionava di quel micromondo di fantasia. Un giorno, sua madre, le portò a casa un funghetto di plastica (potremmo dire che fosse un semplice fungo da decorare le composizioni floreali per i centro tavola) e le disse: <<Ti piace, Ilenia?>>

La bambina era perplessa, non sapeva cosa pensare e rispose alla madre con uno sguardo interrogativo sgranando i suoi occhioni da cerbiatto.

<<Non sai cos’è?>> incalzò la madre. Nulla. Ilenia sembrava ancora perplessa.

<<E’ la casetta dei Puffi!>> rivelò con entusiasmo Mara. Lo sguardo di Ilenia, mutò in uno scintillio di felicità e, sulla sua boccuccia, si dipinse un sorriso smagliante.

<<Vedi?>> continuò Mara, fiera d’aver catturato il suo entusiasmo: <<Lo mettiamo qui…>> spiegò appoggiando il fungo di plastica su un basso mobile ad angolo vicino alla lampada dalla base bombata e il cappello bianco frangiato. <<Non bisogna muoverlo tanto perché dentro ci sono i Puffi.>> rivelò con tono sommesso.

Ilenia era tutta scossa dall’emozione. Non poteva credere che sua madre (proprio la sua adorata mammina!), avesse trovato un fungo dei Puffi! Si accovacciò davanti al mobile dove vi fu appoggiata l’abitazione e la osservò a manine giunte come fosse un tesoro di inestimabile valore, come fosse un critico d’arte a pochi millimetri dalla Gioconda.

Dopo qualche minuto, durante i quali non accadde nulla, Ilenia chiese: <<Non esce nessuno?>>

Mara, fiera d’aver innescato quel meccanismo fantasioso nella figlia, spiegò: <<Hanno paura. Escono di notte perché sono piccolini e, vedendoti più grande di loro, temono che tu possa fargli del male…>>

La bambina, sentendosi offesa perché si reputava “brava”, rispose con tono imbronciato: <<Non gli farei mai del male!>>

<<Io lo so, ma loro non lo sanno. Sono piccolini e, sicuramente, usciranno questa notte quando andremo tutti a dormire…>>

Durante tutto il giorno, Ilenia fu presa da fantasticherie su quel fungo ed immaginò le avventure più disparate.

Mara era felice. Aveva intrattenuto sua figlia con poco, le aveva fatto apprezzare il valore anche in una cosa insignificante come quel fungo di plastica. Forse, sua madre aveva torto?

Le si strinse il cuore quando, alla sera, Ilenia lasciò un pezzo di biscotto accanto al fungo. Quella notte, si addormentarono con il sorriso.

Non sempre questi trucchetti riuscivano bene a Mara. Iniziava il periodo in cui la figlia aveva sempre più domande insistenti sulle figure natalizie tipo: Babbo Natale e la Befana. In base alle tradizioni, Babbo Natale era buono e la Befana era una vecchia arcigna. Come inculcarlo alla bambina, proprio non lo sapeva! Del primo, raccontava le solite cose che si tramandano ai bambini da anni: era un uomo buono, che vive al Polo Nord, che sa quando i bambini fanno i bravi tramite foto scattate durante l’anno (erano, questi, i fulmini, per esorcizzare un’eventuale paura del temporale, Mara aveva detto ad Ilenia che erano i flash della macchina fotografica di Babbo Natale e questa, saputo ciò, si metteva in “posa”), che porta doni, eccetera. Nell’immaginario collettivo, però, la Befana era più difficile da definire. Il suo personaggio di strega, cozzava con la bontà di Babbo Natale. Nella tradizione del paese, si soleva dire che, se un bambino veniva beccato ad aprire gli occhi mentre la Befana era in casa, questa glieli cuciva con ago e filo e il bimbo era costretto alla cecità vita natural durante.

Le domande riguardo alla Befana, erano sempre più incalzanti da parte di Ilenia e Mara non sapeva come destreggiarsi. Era quella un’epoca scarsamente tecnologica, i bambini rimanevano convinti dell’esistenza di questi personaggi più a lungo, l’infanzia stessa era più lunga e non terminava con l’avvicinarsi degli undici anni. Insomma, si rimaneva bambini più a lungo rispetto all’epoca moderna e bisognava imbastire storie solide su questi personaggi.

La giornata era iniziata male per Mara. L’ennesimo litigio con Paolo l’aveva portata all’esasperazione! Era cocciuto ed egoista e le sue scuse di “lavoro” non convincevano più di tanto sua moglie. La madre di Mara, poi, non era un approdo sicuro per avere conforto. Ogni comportamento negativo del marito, era da attribuirsi alla figlia ed al suo carattere indomabile e ciò sconfortava ancora di più Mara. No, quel giorno proprio non tirava aria!

Andò a prendere Ilenia alla Scuola dell’Infanzia prima che arrivasse l’orario in cui portano i bambini in mensa. Avrebbe deciso di passare il pomeriggio con la figlia prima di portarla dal medico a fare i vaccini.

Ilenia, era intenta ad ultimare il disegno che le maestre avrebbero accompagnato con il lavoretto di natale, quando la bidella comunicò all’insegnante che era arrivata la madre di un’alunna a prenderla. Con estrema felicità, Ilenia scoprì che fu lei la fortunata di quel giorno e trotterellò verso il suo attaccapanni per prendere zaino, sciarpa e cappotto.

Durante il ritorno a casa, era un racconto continuo sulle attività scolastiche, sui giochi e sulle avventure con gli amichetti di classe. Mara ascoltava con un sorriso appiccicato sulle labbra. In realtà, non ascoltava una parola, ma, il solo suono della voce della figlia, le faceva dimenticare per un po’ le vicissitudini coniugali. Solo un anno prima, era riuscita a superare una forte depressione dovuta a quel clima ostile che le si era creato attorno ed, aggrapparsi alla compagnia della figlia, era un modo per tenere lontano quell’ombra nera che sentiva ancora latente.

Prima di andare dal medico per la vaccinazione della figlia, Mara decise di fare prima qualche commissione in sua compagnia. Il tragitto, neanche a farlo apposta, fu costellato di domande incalzanti sulla Befana da parte della figlia: Come arriva? Con cosa arriva? Come scende dal camino? Perché su di una scopa? Perché mette i regali nelle calze? Non si può vederla proprio? Nemmeno se socchiudo gli occhi?

Mara rispondeva meccanicamente ormai. Era esasperata! “Quando i bambini ci si mettono, sanno proprio come rompere le scatole!” pensò mentre parcheggiava l’ennesima auto nuova comperata a debita dal marito.

Erano nella sala d’aspetto del dottore di condotta, il Dottor Ranieri. Era giovane, non aveva ancora quarant’anni, alto, magro e con enormi occhiali dalla montatura di metallo che, all’epoca, erano i più gettonati. La saletta era intrisa dell’odore di disinfettante; le sedie bianche, di plastica, ricordavano quelle dell’oratorio del parroco; un tavolino in vetro dalle bordature metalliche, sosteneva riviste non molto recenti; alle pareti, in maniera scomposta, erano appesi poster di prevenzione medica, annunci, vecchie comunicazioni del medico: “il giorno 14/06 lo studio sarà chiuso” e quattro quadretti raffiguranti disegni di bambini orientali paffuti e pavoni colorati.

Come previsto, il medico era occupato con un paziente in ambulatorio, in sala d’aspetto c’era una bella signora dai capelli mogano che accompagnava il figlio. Questo (povera creatura) era di costituzione esile, un caschettino biondo in testa e portava delle bende su entrambi gli occhi, molto probabilmente, postumi di un’operazione oculare.

Mara si sedette qualche posto più in là rispetto alla coppia e portò con sé Ilenia che non smetteva di ciarlare su questa Befana: “Maledetta quella volta in cui gliene ho parlato!” pensò sconsolata Mara.

Il tempo passava pigro ed era faticoso affrontarlo con tutti quei pensieri che turbinavano in testa alla donna. Il marito avrebbe lavorato anche quell’ultimo dell’anno e lei non sapeva se credergli o no, i debiti aumentavano sempre di più per colpa del nuovo BMW acquistato dal marito e della Ymaha bianca ed azzurra parcheggiata nel garage della loro villetta a schiera in stile squadrato tipico degli anni ’70. Come sottofondo a quel vortice di infernali pensieri, la voce sommessa della figlia che blaterava da quando erano partite di casa.

<<Sicura, sicura che non posso aprire gli occhi quando viene la Befana? Nemmeno se è di spalle?>> insistette Ilenia con un luccichio di sfida negli occhi e un sorriso burlone stampato in faccia.

<<Basta Ilenia!>> sibilò la madre: <<Vedi quel bambino?>> indicò con il dito la povera creatura bendata, appollaiato sul suo sedile, vittima indiretta di ciò che sarebbe stato il primo trauma della bambina.

Ilenia si sporse dalla sua seduta per guardare meglio il bambino. La sua espressione mutò in sincero dispiacere per quel compagno d’età, le sopracciglia si corrugarono, lo sguardo si spense in una morsa di rammarico e gli angoli della bocca, inarcati in un sorriso, si afflosciarono in un lieve broncio: <<Si, mamma…>> bisbigliò lei.

<<Ecco>> esordì esasperata Mara: <<Lui ha aperto gli occhi quando è arrivata la Befana!>>

L’orrore si dipinse sul volto della bambina! Quel bambino era diventato il tetro simbolo degli orrori commessi da quella vecchia donna che, nella notte del cinque gennaio, invade le case giudicando col suo personale criterio la bontà o la cattiveria di ogni singolo individuo e ledendo fisicamente costoro impunita dagli adulti loro tutori!

Con il volto sbiancato ed un’evidente espressione inorridita, la bambina si sporse ancora per guardare quel povero bambino. Un ultimo barlume di speranza, le fece rivolgere uno sguardo supplichevole alla madre: “Dimmi che è uno scherzo?” era l’evidente domanda che esprimeva con i suoi occhi.

Mara, in balia del furore e del detto: il dado è tratto, fece l’occhiolino alla madre del bambino, divertita dalla scenetta a cui assisteva, e chiese: <<Vero?>>.

L’altra madre, scellerata come Mara, annuì ed espresse la conferma di quanto detto dalla madre che condivideva quella sala d’aspetto.

Ilenia sprofondò nel sedile. Lo sguardo vitreo. Ed ora? Avrebbe fatto la stessa fine? Quante volte si era svegliata di notte sopraffatta da un brutto sogno? Se le fosse capitato QUELLA notte? Se la Befana se ne fosse accorta? Sarebbe stata costretta alla cecità per tutta la vita!

In balia di oscuri pensieri, non mugulò nemmeno quando il Dottor Ranieri la punse con l’ago. In merito a ciò, Mara promise che le avrebbe comperato un regalo per essere stata così brava. Non importava ad Ilenia del regalo, del dolore ovattato della puntura. Il mondo le sembrava lontano e mancavano pochi giorni all’epifania. Come avrebbe fatto?

Durante il viaggio di ritorno, Mara si morse un labbro. Ilenia era silenzio e non parlava neanche: “Temo d’aver esagerato con questa storia…” iniziò a pensare Mara mentre con la macchina imboccava il vialetto che portava a casa.

Racconti

Oggi, voglio inaugurare una nuova natura di questo blog da troppo tempo inattivo.

Inizierò a portare dei racconti ispirati al  mio paese, a mie esperienze, a persone che ho conosciuto, che ho intravisto, di cui ho sentito parlare. I personaggi e le storie, saranno a tratti inventati e a tratti realmente esistiti e, tra frutto di fantasia e realtà, porterò storie che mi hanno ispirato questo angolo sperduto del web.

Spero di trovare qualcuno interessato a questi racconti, a presto!

Il Natale di una Bottega Silenziosa

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Quest’anno, a causa di una brusca caduta, sono stata costretta ad un riposo forzato ed a una lenta riabilitazione. Questo fatto, è stata la ciliegina sulla torta di un anno colmo di periodi bassi: per una cosa bella che succedeva, due ne arrivavano a togliere attenzione dalla prima, molti momenti di depressione e di nervosismi, insomma, io e la mia famiglia non abbiamo trascorso un anno particolarmente felice e sereno. Dato l’ultimo avvenimento, il morale per festeggiare il periodo natalizio, è sicuramente scivolato sotto la suola delle scarpe.

Sebbene, inizialmente, questo stato d’animo era anche il mio, ora mi ritrovo con una tremenda nostalgia di tutto quello che lo accompagna: mi sorprendo a fissare un punto della stanza (in cui mi sento reclusa da più di un mese) e a sprofondare nei ricordi che vanno dall’infanzia a l’anno scorso; mi concentro ad immaginare i profumi dei viaggi che ho fatto in Trentino in questo periodo (crauti, cannella e krapfen); lo zigzagare per le vie del paese ad esplorare le decorazioni luminose nei giardini e alle vetrine dei negozi… Mi manca tutto, ma, sopratutto, mi manca il clima sognante che avevo durante l’infanzia.

All’epoca, mi dividevo ancora tra la casa di mia madre e quella di mia nonna ed ero in fervore per i doppi preparativi imminenti.

A casa con mia madre, ci addentravamo tra le cianfrusaglie in soffitta e tiravamo fuori gli scatoloni contenenti le decorazioni dell’albero e del presepe. Avevamo un albero striminzito, finto e vecchio, ma, ovviamente, era la cosa più bella che avessi mai visto. Erano periodi magri per noi, mia madre lavorava la maggior parte del giorno, io ero accudita a casa di mia nonna ed, ormai, era quella la mia famiglia completa. Non avevamo molte possibilità economiche e le decorazioni erano sempre più rovinate: palline di natale sbeccate o sbiadite dal tempo (parecchie delle decorazioni provenivano dall’infanzia di mia madre); “pellicce” (quelle decorazioni che si avvolgono all’albero tutte luccicanti) spennacchiate; il puntale che aveva perso i suoi luccichii; i “capelli d’angelo” arruffati e annodati tra loro; le statuine in gesso del presepe a cui bisognava sempre ritoccare qualche dettaglio con il pennarello perché, puntualmente, si sbeccava sempre un punto a caso.

Per ovviare a queste “piccolezze”, creavamo noi gli elementi mancanti: collane di pop-corn per l’albero di natale e palline di polistirolo ricoperte di brillantini; una qualche bomboniera di battesimo a forma di bebè per abbellire il presepe o qualche suppellettile creato con il “Das”. Erano momenti divertenti e felici per me. Ricordo quella volta che non mettemmo nessuna collana di pop-corn perché li mangiammo tutti; o quella che, con l’intento di creare delle decorazioni con le bucce di arancia, le dimenticammo sulla piastra della stufa a legna e bruciammo tutto; o quando facemmo l’albero di natale sul tavolo da pranzo del salotto, per dare la sensazione che fosse più grande e che arrivasse fino al soffitto (come nei film americani), mia madre piegò leggermente la cima dell’albero (fatta di un grosso fil di ferro) per infilarci il puntale rosso, quando lasciò la cima, quella si raddrizzò di scatto come una molla e il puntale andò in frantumi contro il soffitto, fu il primo anno che ci fu un fiocco in cima.

Erano periodi pieni di tradizioni e di profumi e odori che mi stringono il cuore: avevamo meno di quello che abbiamo ora, ma era il periodo dell’anno in cui ci sforzavamo di migliorare tutto con quel poco che avevamo a disposizione. Lo so che è un ragionamento da “vecchietti”, ma erano davvero tempi magri per la mia famiglia e quei ricordi sono tutto l’oro che ho adesso.

A quel tempo, mi sedevo al buio e rimanevo in silenzio a contemplare le luci colorate ad intermittenza, sentivo solo il mio respiro e il rumore elettrico del vecchio impianto di luci che, ad ogni lucina che si spegneva, veniva accompagnato un: “zzz-zzz” e ricordo bene quanto fossi felice in quel momento.

Nei pomeriggi, quando il buio calava con tremenda velocità, mia madre iniziava i preparativi per uscire ed andare a gustarci una cioccolata calda in caffetteria; per andarci, facevamo una passeggiata e, tal volta, si fermava a chiacchierare con qualche paesano. Al ritorno, mi sedevo ad un tavolino da tè posto davanti alla stufa a legna e mi mettevo a colorare qualche disegno mentre, in tv, iniziavano a trasmettere i primi film della Disney (la cui programmazione perdurava per tutte le festività) fin che arrivava ora di cena.

Ricordare ora, quegli anni, mi fa rendere conto che, in realtà, non era Babbo Natale a rendere speciale quei giorni, ma era il calore con cui mia madre tentava di farmi dimenticare quei periodi poveri, in cui, materialmente, avevamo pochissimo. Dopo tanti anni, continuano a rimanere i ricordi più belli della mia infanzia nonostante la mia consapevolezza, già all’epoca, della situazione in cui eravamo e che ero ben conscia che quello che mi stava dando era di più di quello che poteva permettersi.

Quando mia madre era al lavoro, ero affidata alle cure di mia nonna. Purtroppo, non era una donna incline all’amore spassionato e con la tendenza a viziare i nipoti: era una donna burbera, autoritaria, poco incline alle concessioni di affetto e per nulla propensa a festeggiare qualsiasi cosa se non con un obbligo perentorio di partecipazione alla Santa Messa. Non era donna di culto (soleva ripetere che non credeva alla Chiesa), ma era OBBLIGATORIO andare a messa, pena una burrasca di ceffoni che arrivavano dove capitavano e, parecchie volte, ho portato le vesciche di quelle manate. Con lei, era tutto obbligatorio: giocare con la figlia antipatica e capricciosa dei vicini, non fare obbiezioni per andare a messa o catechismo, indossare gli orribili vestiti smessi dei cugini e tantissime altre cose che odiavo e che, per punizione, avevano vesciche di durata settimanale su svariate parti del corpo. A natale si addolciva però… Un po’…

L’albero, a casa di mia nonna, consisteva nel tirare fuori una miniatura di pino sintetico da una busta di plastica del supermercato, aprire i rami, mettere le lucine ad intermittenza… e fine. L’alberello era già addobbato da quando ne avevo memoria! Lei non amava le perdite di tempo, le cose ingombranti ecc… L’unica applicazione, era una bella stella cometa di colore argento, con al centro un vetro rosso e di dimensioni decisamente sproporzionate rispetto a tutto l’alberello. Questo mignon, veniva posto sul davanzale della cucina, nello spazio che intercorreva tra la finestra interna e quei telai esterni che simulavano una “doppia” finestra (si usava montarli spesso nelle case per ovviare alla precarietà dei vetri delle imposte interne) in maniera da poterne vedere le lucine anche da fuori. Inutile dire che, anche in quel caso, mi sedevo al buio per ammirare la rumorosa intermittenza di quel “capolavoro”.

In quel periodo, mio cucino veniva spesso a passare le notti a casa di nostra nonna così potevamo giocare, confabulare sui possibili regali di natale e gustare i budini che la nonna ci preparava (anche se li mangiavamo caldi e appena fatti e non freddi).

Mio cugino, era stato disilluso presto sull’esistenza di Babbo Natale e, ricordo, che tentava di fare la stessa cosa con me, ma con scarsi risultati. Ci credevo intensamente! Smisi spontaneamente, quando, dopo aver richiesto il camper di Barbie, mi ritrovai con una valigetta di plastica (di quelle che si usano per l’ora di disegno a scuola). Sul momento, pensai che Babbo Natale si fosse confuso. Quando mi venne a trovare mio padre, mi comunicò il suo entusiasmo per quel “regalo” perché: “E’ proprio dei colori del Milan!” con un sorriso deficiente sul volto. Poi venni a scoprire che il budget per il regalo, che gli aveva dato mia madre, se lo era sputtanato per comperare un costoso regalo alla sua nuova compagna e con il rimanente aveva comprato quella valigetta a me… Fine di Babbo Natale.

Stavo parlando, però, di mia nonna. Era irrinunciabile, per lei, andare a messa ed era obbligo che andassi pure io. Dato che odiavo andarci di mattino, qualche anno riuscivo a convincerla ad andarci alla sera. Si agghindava tutta: tailleur con pantaloni, rossetto rosso (l’unico elemento di trucco irrinunciabile), profumo, pochette nera, pelliccia di castoro e foulard verde con stampate delle catene color oro e, ovviamente, a me faceva indossare abiti confezionati da lei (era una sarta e, oltre a confezionarmi ed adattarmi vestiti di seconda mano, m’insegnò anche a cucire). Sapeva guidare auto e moto, ma non disponeva di una patente, così andavamo in chiesa a piedi. Erano serate fredde, immerse in tragitti silenziosi in cui mi guardavo le punte delle scarpe e in cui mi sudavano le mani nei guanti di lana (probabilmente per l’agitazione di fare qualcosa di sbagliato e d’incorrere in qualche punizione dato che mia nonna ci teneva particolarmente alle apparenze in pubblico). Nonostante il mio rigetto per il rituale, per i preti e per le nenie soporifere (la negazione religiosa arrivò con l’età adulta), mi piaceva andare a messa quel giorno, in quell’orario… con lei.

L’atmosfera della chiesa era più raccolta e i toni più sommessi, non era caotica come al mattino e piena di persone agghindate in ostentazioni di abiti, pellicce e gioielli. Sebbene le panche erano piene, il clima era silenzioso, probabilmente perché, la maggior parte, era già stanca dei festeggiamenti durante il giorno. Anche la voce del parroco era meno imponente, più confidenziale e con stanchi silenzi tra un passaggio e l’altro del rituale. Mi piaceva fissare lo sguardo sulle statue all’ombra delle nicchie delle navate, dove le luci artificiali degli enormi lampadari faticavano ad arrivare; osservavo il Gesù Risorto nella nicchia del presbiterio; mi soffermavo a riflettere sulla vita condotta dalle suore sedute sulle panchine davanti all’altare ed ascoltavo rapita il coro, a tratti stonato, che cantava gli inni delle festività. Sentivo la sera che calava all’esterno, guardavo rapita le vetrate colorate, le narici si riempivano dell’odore di stantio e naftalina che avviluppavano i capi delle signore che ci attorniavano… e mi chiedevo se quell’anno avrebbe nevicato.

Di solito, accompagno i miei articoli con foto (scattate da me) che, bene o male, richiamino il senso dell’articolo. Continuando a leggere, sembrerà che non centri nulla questa immagine, ma è il simbolo del mio 2016: un limbo di attese, risultati sospesi nel vuoto, orizzonti indefiniti e, la domanda, se oltre quella porta ci possa essere qualcos’altro… Il simbolo di ciò che sono diventati ora quei giorni che furono tanto intensi.

D.

Guardiano

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Stavo riordinando alcune foto, quando ho trovato questa che ho scattato quest’anno nel periodo invernale. Probabilmente, quando la scattai, ero solo attratta dalla composizione e nulla più, ma oggi, in balia di qualche vena poetica, mi sono soffermata a pensare alla figura del guardiano del faro.

Non so se, nell’epoca moderna dove ogni cosa e governata dalla tecnologia, esista ancora il guardiano del faro, ma mi ha sopraffatto l’idea di questo personaggio misterioso, questo eremita dei mari con il corpo conficcato in quell’occhio luminoso e, magari, il cuore fluttuante sulla riva del porto.

Impegnato nel dovere di guidare le navi sperdute come cuccioli senza una madre e vincolato dal dilatamento del tempo. Queste ore che muoiono grevi sulle lancette dell’orologio, questo costante cadenzare delle ore lungo e pedante, ripetitivo nelle giornate successive e scosso solo dalle tempeste in mare; ammutolito dalla nebbia della notte e solenne nelle giornate serene.

Immagino me stessa vincolata in una responsabilità di quel genere e mi chiedo come sarebbe vedere la lontano la costa che si anima di persone, sapere che, al di là di quel piccolo ritaglio di terra dove si erge il faro, ci possa essere una vita diversa, una vita in cui le ore trascorrono frenetiche, dove il rapportarsi con le persone diventa quasi logorante, dove ci si sveglia e sembra che sia subito notte, dove la vita scorre come sabbia dalle dita. Mi chiedo come paragonerei tutto questo alla vita di eremitaggio in un faro: silenziosa, assente, lunga; dove l’orizzonte si fonde con il cielo, dove la natura si dimentica che esista ogni cosa, dove nessuno la controlla e con l’unico spettatore che la osserva da quell’enorme occhio luminoso.

Desy

Ritorno

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Se da una parte non vedevo l’ora che l’estate finisse, dall’altra ero terrorizzata dall’inizio delle scuole.

Verso fine agosto, era d’obbligo provvedere agli articoli di cancelleria: le solenni penne della “Replay” cancellabili e di tre colori: nero, blu e rosso; la gomma bianca della “Staedtler” o quella verde con il bordino bianco della “Pelikan”; matite rigate di giallo e nero o blu dall’estremità nera della “Staedtler” o  quelle giallo ocra dall’estremità marrone della “Temagraph”; pastelli colorati e pennarelli della “Giotto”; album da disegno della “Fabriano” con l’inconfondibile sfondo bianco e il logo blu; le immancabili penne colorate dagli inchiostri in gel glitterati; gomme dalle forme di animali da mettere alle estremità delle matite; temperini dalle forme bizzarre (quasi mai abbastanza affilati da fare la punta alle matite) e ogni sorta di gingillo colorato o dalla forma strampalata. Era quello, secondo me, il momento più bello della scuola: venire a casa dopo lo shopping, aprire le confezioni, ordinare tutto nell’astuccio, scrivere il nome e cognome sulle prime pagine dei quaderni, mettere copertine plasticate ai libri di testo…e fine.

Ricordo ancora il primo giorno di scuola alle elementari. Quella mattina, mia madre mi svegliò presto, mi mise il primo grembiulino (quello bianco con il colletto bordato di pizzo e una rosellina ricamata), mi mise il mio zaino di Barbie sulle spalle e mi scattò una foto. In quell’immagine, era racchiusa tutta la rappresentazione della mia esperienza scolastica: un broncio di disappunto e sopracciglia corrugate dalla rabbia. Non piansi, ero solo arrabbiata nell’essere costretta a fare ciò che non mi sarebbe mai piaciuto fare: obbedire.

Quella mattina, non mi condussero direttamente a scuola, ma mi portarono a vedere mio nonno. Era a letto ammalato, ma ci teneva a vedermi nel mio primo giorno di scuola. Quando entrai in casa, gli si illuminò lo sguardo, feci una piroetta per mostrargli il grembiulino candido, lo baciai sulla fronte, lui mi accarezzò. Era tardi e dovevo correre al mio primo giorno di scuola, lo salutai…e non lo rividi mai più.

Quando arrivai sul portone della scuola, mia madre mi accompagnò fino all’entrata. Una maestra giovane e dall’aria sbarazzina, si presentò e mi condusse in quella che sarebbe stata la mia nuova classe. Non ricordo d’aver pianto, anzi, bene o male ritrovai i miei compagni della Scuola dell’Infanzia (al tempo veniva ancora chiamata Scuola Materna) perciò, era come aver cambiato collocazione, ma avevo ancora i miei amichetti.

Lo shock più grosso, lo ebbi quando conobbi l’insegnante d’italiano! Un’austera donna di mezza età, dalla corporatura snella e alta sebbene la gobba le togliesse centimetri, capelli neri e cotonati, un paio d’occhiali dall’ampia montatura che portava appesi al collo o appollaiati sul suo naso aquilino, mani ossute e appuntite e una voce gracchiante. Era intransigente, di quei personaggi che sono convinti di spronare le persone criticandole fino all’offesa e sempre pronta a difendere i suoi prediletti. Ovviamente, io ero nella prima fascia e cioè: facevo parte di quelli che, un giorno si e l’altro pure, si beccavano appellativi come “oca” o “ignorantella” (tutte “offesine” pucciose e carine).

Io odiavo lei e lei odiava me! Ancora adesso, a sentire il suo nome, mi sembra che la terra tremi sotto ai piedi e sento le sue grida levarsi dalle nebulose del passato. No, non è un’immagine volutamente esagerata, non l’ho descritta esagerando i miei ricordi per trasmettere terrore al lettore, io davvero la vedo come un mio personale “demone”. E’ il simbolo del mio buio, quando non riesco in qualcosa sento la sua voce nella mia mente che mi giudica e che mi predice un futuro da sguattera presso l’abitazione della mia ex compagna di classe che, nemmeno a dirlo, era la sua cocca.

Fortunatamente, il tempo passa e getta su certi ricordi patine e patine di polvere ma, nella mia esperienza scolastica, tre sono le cose che non dimenticherò mai: il dito accusatorio della maestra d’italiano alle elementari, la crudeltà dei compagni di classe alle medie e, per fortuna, la simpatia del professore di diritto alle superiori.

Desy

Un felice termine

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Per molte persone, questo periodo rappresenta il termine di una bellissima stagione, fatta di notti troppo brevi, di soleggiate giornate al mare, di cocktail sorseggiati in riva alla spiaggia, d’incalzanti ritmi latini ripetuti sull’onda del loro successo musicale, di corpi sinuosi ed abbronzati, vacanze che non si vorrebbe finissero mai e calde pennichelle nelle prime ore pomeridiane. Se si chiedesse, a queste persone, di prolungare il periodo estivo, ne sarebbero ben liete. Baratterebbero all’istante l’autunno alle porte, con la loro estate folleggiante!

Per me non è così!

Finalmente, il canonico periodo estivo sta terminando! HIP HIP URRA’!

Forse, è un fattore che porto dall’infanzia. Ricordo che non ero avvezza ad andare in spiaggia e mi ritrovavo spesso da sola nei fine settimana. Gli amichetti con cui ero abituata a giocare, partivano presto con i genitori per trascorrere le loro giornate al mare e io mi ritrovavo a giocare, spesso, da sola. L’unico ricordo piacevole, erano i suoni del primo pomeriggio, quelli che si sentono mentre fissi il soffitto, costretta al pisolino pomeridiano: il lontano cicalare, le fronde scosse dal vento, un ovattato suono di un aeroplano disperso nell’etere…

Più grande, mi accorgo che non è cambiato poi molto. Odio la spiaggia, il calore bruciante sulla pelle e la noia del crogiolarsi al sole. Odio le strade deserte in paese nel fine settimana, il sole a picco nel primo pomeriggio e l’afa che non molla la presa fino al tramonto quando, per bontà sua, allenta un po’ la presa. Odio salire in auto convertite in forni elettrici, il volante intoccabile come una piastra per piadine, l’immancabile climatizzatore rotto, i circuiti della radio che vanno in tilt e tutta la micro fauna spiaccicata nel parabrezza e nella maschera del radiatore.

Finalmente, si sente il laconico addio della stagione estiva, le giornate che iniziano a restringersi e, con la mietitura del riso, si dice addio a questa stagione amata dalla maggioranza ed odiata da strampalati come me.

Desy