Il Natale di una Bottega Silenziosa

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Quest’anno, a causa di una brusca caduta, sono stata costretta ad un riposo forzato ed a una lenta riabilitazione. Questo fatto, è stata la ciliegina sulla torta di un anno colmo di periodi bassi: per una cosa bella che succedeva, due ne arrivavano a togliere attenzione dalla prima, molti momenti di depressione e di nervosismi, insomma, io e la mia famiglia non abbiamo trascorso un anno particolarmente felice e sereno. Dato l’ultimo avvenimento, il morale per festeggiare il periodo natalizio, è sicuramente scivolato sotto la suola delle scarpe.

Sebbene, inizialmente, questo stato d’animo era anche il mio, ora mi ritrovo con una tremenda nostalgia di tutto quello che lo accompagna: mi sorprendo a fissare un punto della stanza (in cui mi sento reclusa da più di un mese) e a sprofondare nei ricordi che vanno dall’infanzia a l’anno scorso; mi concentro ad immaginare i profumi dei viaggi che ho fatto in Trentino in questo periodo (crauti, cannella e krapfen); lo zigzagare per le vie del paese ad esplorare le decorazioni luminose nei giardini e alle vetrine dei negozi… Mi manca tutto, ma, sopratutto, mi manca il clima sognante che avevo durante l’infanzia.

All’epoca, mi dividevo ancora tra la casa di mia madre e quella di mia nonna ed ero in fervore per i doppi preparativi imminenti.

A casa con mia madre, ci addentravamo tra le cianfrusaglie in soffitta e tiravamo fuori gli scatoloni contenenti le decorazioni dell’albero e del presepe. Avevamo un albero striminzito, finto e vecchio, ma, ovviamente, era la cosa più bella che avessi mai visto. Erano periodi magri per noi, mia madre lavorava la maggior parte del giorno, io ero accudita a casa di mia nonna ed, ormai, era quella la mia famiglia completa. Non avevamo molte possibilità economiche e le decorazioni erano sempre più rovinate: palline di natale sbeccate o sbiadite dal tempo (parecchie delle decorazioni provenivano dall’infanzia di mia madre); “pellicce” (quelle decorazioni che si avvolgono all’albero tutte luccicanti) spennacchiate; il puntale che aveva perso i suoi luccichii; i “capelli d’angelo” arruffati e annodati tra loro; le statuine in gesso del presepe a cui bisognava sempre ritoccare qualche dettaglio con il pennarello perché, puntualmente, si sbeccava sempre un punto a caso.

Per ovviare a queste “piccolezze”, creavamo noi gli elementi mancanti: collane di pop-corn per l’albero di natale e palline di polistirolo ricoperte di brillantini; una qualche bomboniera di battesimo a forma di bebè per abbellire il presepe o qualche suppellettile creato con il “Das”. Erano momenti divertenti e felici per me. Ricordo quella volta che non mettemmo nessuna collana di pop-corn perché li mangiammo tutti; o quella che, con l’intento di creare delle decorazioni con le bucce di arancia, le dimenticammo sulla piastra della stufa a legna e bruciammo tutto; o quando facemmo l’albero di natale sul tavolo da pranzo del salotto, per dare la sensazione che fosse più grande e che arrivasse fino al soffitto (come nei film americani), mia madre piegò leggermente la cima dell’albero (fatta di un grosso fil di ferro) per infilarci il puntale rosso, quando lasciò la cima, quella si raddrizzò di scatto come una molla e il puntale andò in frantumi contro il soffitto, fu il primo anno che ci fu un fiocco in cima.

Erano periodi pieni di tradizioni e di profumi e odori che mi stringono il cuore: avevamo meno di quello che abbiamo ora, ma era il periodo dell’anno in cui ci sforzavamo di migliorare tutto con quel poco che avevamo a disposizione. Lo so che è un ragionamento da “vecchietti”, ma erano davvero tempi magri per la mia famiglia e quei ricordi sono tutto l’oro che ho adesso.

A quel tempo, mi sedevo al buio e rimanevo in silenzio a contemplare le luci colorate ad intermittenza, sentivo solo il mio respiro e il rumore elettrico del vecchio impianto di luci che, ad ogni lucina che si spegneva, veniva accompagnato un: “zzz-zzz” e ricordo bene quanto fossi felice in quel momento.

Nei pomeriggi, quando il buio calava con tremenda velocità, mia madre iniziava i preparativi per uscire ed andare a gustarci una cioccolata calda in caffetteria; per andarci, facevamo una passeggiata e, tal volta, si fermava a chiacchierare con qualche paesano. Al ritorno, mi sedevo ad un tavolino da tè posto davanti alla stufa a legna e mi mettevo a colorare qualche disegno mentre, in tv, iniziavano a trasmettere i primi film della Disney (la cui programmazione perdurava per tutte le festività) fin che arrivava ora di cena.

Ricordare ora, quegli anni, mi fa rendere conto che, in realtà, non era Babbo Natale a rendere speciale quei giorni, ma era il calore con cui mia madre tentava di farmi dimenticare quei periodi poveri, in cui, materialmente, avevamo pochissimo. Dopo tanti anni, continuano a rimanere i ricordi più belli della mia infanzia nonostante la mia consapevolezza, già all’epoca, della situazione in cui eravamo e che ero ben conscia che quello che mi stava dando era di più di quello che poteva permettersi.

Quando mia madre era al lavoro, ero affidata alle cure di mia nonna. Purtroppo, non era una donna incline all’amore spassionato e con la tendenza a viziare i nipoti: era una donna burbera, autoritaria, poco incline alle concessioni di affetto e per nulla propensa a festeggiare qualsiasi cosa se non con un obbligo perentorio di partecipazione alla Santa Messa. Non era donna di culto (soleva ripetere che non credeva alla Chiesa), ma era OBBLIGATORIO andare a messa, pena una burrasca di ceffoni che arrivavano dove capitavano e, parecchie volte, ho portato le vesciche di quelle manate. Con lei, era tutto obbligatorio: giocare con la figlia antipatica e capricciosa dei vicini, non fare obbiezioni per andare a messa o catechismo, indossare gli orribili vestiti smessi dei cugini e tantissime altre cose che odiavo e che, per punizione, avevano vesciche di durata settimanale su svariate parti del corpo. A natale si addolciva però… Un po’…

L’albero, a casa di mia nonna, consisteva nel tirare fuori una miniatura di pino sintetico da una busta di plastica del supermercato, aprire i rami, mettere le lucine ad intermittenza… e fine. L’alberello era già addobbato da quando ne avevo memoria! Lei non amava le perdite di tempo, le cose ingombranti ecc… L’unica applicazione, era una bella stella cometa di colore argento, con al centro un vetro rosso e di dimensioni decisamente sproporzionate rispetto a tutto l’alberello. Questo mignon, veniva posto sul davanzale della cucina, nello spazio che intercorreva tra la finestra interna e quei telai esterni che simulavano una “doppia” finestra (si usava montarli spesso nelle case per ovviare alla precarietà dei vetri delle imposte interne) in maniera da poterne vedere le lucine anche da fuori. Inutile dire che, anche in quel caso, mi sedevo al buio per ammirare la rumorosa intermittenza di quel “capolavoro”.

In quel periodo, mio cucino veniva spesso a passare le notti a casa di nostra nonna così potevamo giocare, confabulare sui possibili regali di natale e gustare i budini che la nonna ci preparava (anche se li mangiavamo caldi e appena fatti e non freddi).

Mio cugino, era stato disilluso presto sull’esistenza di Babbo Natale e, ricordo, che tentava di fare la stessa cosa con me, ma con scarsi risultati. Ci credevo intensamente! Smisi spontaneamente, quando, dopo aver richiesto il camper di Barbie, mi ritrovai con una valigetta di plastica (di quelle che si usano per l’ora di disegno a scuola). Sul momento, pensai che Babbo Natale si fosse confuso. Quando mi venne a trovare mio padre, mi comunicò il suo entusiasmo per quel “regalo” perché: “E’ proprio dei colori del Milan!” con un sorriso deficiente sul volto. Poi venni a scoprire che il budget per il regalo, che gli aveva dato mia madre, se lo era sputtanato per comperare un costoso regalo alla sua nuova compagna e con il rimanente aveva comprato quella valigetta a me… Fine di Babbo Natale.

Stavo parlando, però, di mia nonna. Era irrinunciabile, per lei, andare a messa ed era obbligo che andassi pure io. Dato che odiavo andarci di mattino, qualche anno riuscivo a convincerla ad andarci alla sera. Si agghindava tutta: tailleur con pantaloni, rossetto rosso (l’unico elemento di trucco irrinunciabile), profumo, pochette nera, pelliccia di castoro e foulard verde con stampate delle catene color oro e, ovviamente, a me faceva indossare abiti confezionati da lei (era una sarta e, oltre a confezionarmi ed adattarmi vestiti di seconda mano, m’insegnò anche a cucire). Sapeva guidare auto e moto, ma non disponeva di una patente, così andavamo in chiesa a piedi. Erano serate fredde, immerse in tragitti silenziosi in cui mi guardavo le punte delle scarpe e in cui mi sudavano le mani nei guanti di lana (probabilmente per l’agitazione di fare qualcosa di sbagliato e d’incorrere in qualche punizione dato che mia nonna ci teneva particolarmente alle apparenze in pubblico). Nonostante il mio rigetto per il rituale, per i preti e per le nenie soporifere (la negazione religiosa arrivò con l’età adulta), mi piaceva andare a messa quel giorno, in quell’orario… con lei.

L’atmosfera della chiesa era più raccolta e i toni più sommessi, non era caotica come al mattino e piena di persone agghindate in ostentazioni di abiti, pellicce e gioielli. Sebbene le panche erano piene, il clima era silenzioso, probabilmente perché, la maggior parte, era già stanca dei festeggiamenti durante il giorno. Anche la voce del parroco era meno imponente, più confidenziale e con stanchi silenzi tra un passaggio e l’altro del rituale. Mi piaceva fissare lo sguardo sulle statue all’ombra delle nicchie delle navate, dove le luci artificiali degli enormi lampadari faticavano ad arrivare; osservavo il Gesù Risorto nella nicchia del presbiterio; mi soffermavo a riflettere sulla vita condotta dalle suore sedute sulle panchine davanti all’altare ed ascoltavo rapita il coro, a tratti stonato, che cantava gli inni delle festività. Sentivo la sera che calava all’esterno, guardavo rapita le vetrate colorate, le narici si riempivano dell’odore di stantio e naftalina che avviluppavano i capi delle signore che ci attorniavano… e mi chiedevo se quell’anno avrebbe nevicato.

Di solito, accompagno i miei articoli con foto (scattate da me) che, bene o male, richiamino il senso dell’articolo. Continuando a leggere, sembrerà che non centri nulla questa immagine, ma è il simbolo del mio 2016: un limbo di attese, risultati sospesi nel vuoto, orizzonti indefiniti e, la domanda, se oltre quella porta ci possa essere qualcos’altro… Il simbolo di ciò che sono diventati ora quei giorni che furono tanto intensi.

D.

Guardiano

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Stavo riordinando alcune foto, quando ho trovato questa che ho scattato quest’anno nel periodo invernale. Probabilmente, quando la scattai, ero solo attratta dalla composizione e nulla più, ma oggi, in balia di qualche vena poetica, mi sono soffermata a pensare alla figura del guardiano del faro.

Non so se, nell’epoca moderna dove ogni cosa e governata dalla tecnologia, esista ancora il guardiano del faro, ma mi ha sopraffatto l’idea di questo personaggio misterioso, questo eremita dei mari con il corpo conficcato in quell’occhio luminoso e, magari, il cuore fluttuante sulla riva del porto.

Impegnato nel dovere di guidare le navi sperdute come cuccioli senza una madre e vincolato dal dilatamento del tempo. Queste ore che muoiono grevi sulle lancette dell’orologio, questo costante cadenzare delle ore lungo e pedante, ripetitivo nelle giornate successive e scosso solo dalle tempeste in mare; ammutolito dalla nebbia della notte e solenne nelle giornate serene.

Immagino me stessa vincolata in una responsabilità di quel genere e mi chiedo come sarebbe vedere la lontano la costa che si anima di persone, sapere che, al di là di quel piccolo ritaglio di terra dove si erge il faro, ci possa essere una vita diversa, una vita in cui le ore trascorrono frenetiche, dove il rapportarsi con le persone diventa quasi logorante, dove ci si sveglia e sembra che sia subito notte, dove la vita scorre come sabbia dalle dita. Mi chiedo come paragonerei tutto questo alla vita di eremitaggio in un faro: silenziosa, assente, lunga; dove l’orizzonte si fonde con il cielo, dove la natura si dimentica che esista ogni cosa, dove nessuno la controlla e con l’unico spettatore che la osserva da quell’enorme occhio luminoso.

Desy

Ritorno

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Se da una parte non vedevo l’ora che l’estate finisse, dall’altra ero terrorizzata dall’inizio delle scuole.

Verso fine agosto, era d’obbligo provvedere agli articoli di cancelleria: le solenni penne della “Replay” cancellabili e di tre colori: nero, blu e rosso; la gomma bianca della “Staedtler” o quella verde con il bordino bianco della “Pelikan”; matite rigate di giallo e nero o blu dall’estremità nera della “Staedtler” o  quelle giallo ocra dall’estremità marrone della “Temagraph”; pastelli colorati e pennarelli della “Giotto”; album da disegno della “Fabriano” con l’inconfondibile sfondo bianco e il logo blu; le immancabili penne colorate dagli inchiostri in gel glitterati; gomme dalle forme di animali da mettere alle estremità delle matite; temperini dalle forme bizzarre (quasi mai abbastanza affilati da fare la punta alle matite) e ogni sorta di gingillo colorato o dalla forma strampalata. Era quello, secondo me, il momento più bello della scuola: venire a casa dopo lo shopping, aprire le confezioni, ordinare tutto nell’astuccio, scrivere il nome e cognome sulle prime pagine dei quaderni, mettere copertine plasticate ai libri di testo…e fine.

Ricordo ancora il primo giorno di scuola alle elementari. Quella mattina, mia madre mi svegliò presto, mi mise il primo grembiulino (quello bianco con il colletto bordato di pizzo e una rosellina ricamata), mi mise il mio zaino di Barbie sulle spalle e mi scattò una foto. In quell’immagine, era racchiusa tutta la rappresentazione della mia esperienza scolastica: un broncio di disappunto e sopracciglia corrugate dalla rabbia. Non piansi, ero solo arrabbiata nell’essere costretta a fare ciò che non mi sarebbe mai piaciuto fare: obbedire.

Quella mattina, non mi condussero direttamente a scuola, ma mi portarono a vedere mio nonno. Era a letto ammalato, ma ci teneva a vedermi nel mio primo giorno di scuola. Quando entrai in casa, gli si illuminò lo sguardo, feci una piroetta per mostrargli il grembiulino candido, lo baciai sulla fronte, lui mi accarezzò. Era tardi e dovevo correre al mio primo giorno di scuola, lo salutai…e non lo rividi mai più.

Quando arrivai sul portone della scuola, mia madre mi accompagnò fino all’entrata. Una maestra giovane e dall’aria sbarazzina, si presentò e mi condusse in quella che sarebbe stata la mia nuova classe. Non ricordo d’aver pianto, anzi, bene o male ritrovai i miei compagni della Scuola dell’Infanzia (al tempo veniva ancora chiamata Scuola Materna) perciò, era come aver cambiato collocazione, ma avevo ancora i miei amichetti.

Lo shock più grosso, lo ebbi quando conobbi l’insegnante d’italiano! Un’austera donna di mezza età, dalla corporatura snella e alta sebbene la gobba le togliesse centimetri, capelli neri e cotonati, un paio d’occhiali dall’ampia montatura che portava appesi al collo o appollaiati sul suo naso aquilino, mani ossute e appuntite e una voce gracchiante. Era intransigente, di quei personaggi che sono convinti di spronare le persone criticandole fino all’offesa e sempre pronta a difendere i suoi prediletti. Ovviamente, io ero nella prima fascia e cioè: facevo parte di quelli che, un giorno si e l’altro pure, si beccavano appellativi come “oca” o “ignorantella” (tutte “offesine” pucciose e carine).

Io odiavo lei e lei odiava me! Ancora adesso, a sentire il suo nome, mi sembra che la terra tremi sotto ai piedi e sento le sue grida levarsi dalle nebulose del passato. No, non è un’immagine volutamente esagerata, non l’ho descritta esagerando i miei ricordi per trasmettere terrore al lettore, io davvero la vedo come un mio personale “demone”. E’ il simbolo del mio buio, quando non riesco in qualcosa sento la sua voce nella mia mente che mi giudica e che mi predice un futuro da sguattera presso l’abitazione della mia ex compagna di classe che, nemmeno a dirlo, era la sua cocca.

Fortunatamente, il tempo passa e getta su certi ricordi patine e patine di polvere ma, nella mia esperienza scolastica, tre sono le cose che non dimenticherò mai: il dito accusatorio della maestra d’italiano alle elementari, la crudeltà dei compagni di classe alle medie e, per fortuna, la simpatia del professore di diritto alle superiori.

Desy

Un felice termine

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Per molte persone, questo periodo rappresenta il termine di una bellissima stagione, fatta di notti troppo brevi, di soleggiate giornate al mare, di cocktail sorseggiati in riva alla spiaggia, d’incalzanti ritmi latini ripetuti sull’onda del loro successo musicale, di corpi sinuosi ed abbronzati, vacanze che non si vorrebbe finissero mai e calde pennichelle nelle prime ore pomeridiane. Se si chiedesse, a queste persone, di prolungare il periodo estivo, ne sarebbero ben liete. Baratterebbero all’istante l’autunno alle porte, con la loro estate folleggiante!

Per me non è così!

Finalmente, il canonico periodo estivo sta terminando! HIP HIP URRA’!

Forse, è un fattore che porto dall’infanzia. Ricordo che non ero avvezza ad andare in spiaggia e mi ritrovavo spesso da sola nei fine settimana. Gli amichetti con cui ero abituata a giocare, partivano presto con i genitori per trascorrere le loro giornate al mare e io mi ritrovavo a giocare, spesso, da sola. L’unico ricordo piacevole, erano i suoni del primo pomeriggio, quelli che si sentono mentre fissi il soffitto, costretta al pisolino pomeridiano: il lontano cicalare, le fronde scosse dal vento, un ovattato suono di un aeroplano disperso nell’etere…

Più grande, mi accorgo che non è cambiato poi molto. Odio la spiaggia, il calore bruciante sulla pelle e la noia del crogiolarsi al sole. Odio le strade deserte in paese nel fine settimana, il sole a picco nel primo pomeriggio e l’afa che non molla la presa fino al tramonto quando, per bontà sua, allenta un po’ la presa. Odio salire in auto convertite in forni elettrici, il volante intoccabile come una piastra per piadine, l’immancabile climatizzatore rotto, i circuiti della radio che vanno in tilt e tutta la micro fauna spiaccicata nel parabrezza e nella maschera del radiatore.

Finalmente, si sente il laconico addio della stagione estiva, le giornate che iniziano a restringersi e, con la mietitura del riso, si dice addio a questa stagione amata dalla maggioranza ed odiata da strampalati come me.

Desy