L’EPIFANIA

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Mara, era la madre di Ilenia. Mara era una brava donna di famiglia: si occupava con solerzia della casa, era esperta nel cucinare manicaretti e si dilettava in hobbies creativi come la pittura. Era il tramonto degli anni ’80 e Mara, in base ai dettami della moda, amava la criniera leonina dovuta alla permanente e le tonalità corvine di cui si faceva tingere i capelli. Gli occhi nocciola vibravano del fresco scintillio dei sui trent’anni, le labbra erano ben disegnate e sottili, aveva mani vigorose che, grazie alle unghie lunghe e laccate, davano l’illusione di essere femminili ed affusolate. Grazie al lavoro del marito Paolo (che purtroppo lo teneva spesso lontano da casa), conducevano una vita agiata e poteva permettersi gioielli in oro e pietre che amava sfoggiare quotidianamente.

Ilenia, figlia di Mara e Paolo, di 5 anni era l’unica nata dalla unione matrimoniale e, sebbene spesso si ritrovasse da sola nelle ore di gioco, le andava bene così. Nel suo egoismo infantile, non sentiva l’esigenza di un compagno di giochi come un fratello o una sorella, le andava bene così. Ilenia, era una bambina dai capelli lunghi e dritti ed una frangia che la facevano assomigliare ad una bambolina orientale. Nel viso tondo, predominavano grandi occhi neri e una boccuccia rosea.

Mara ed Ilenia, a causa del lavoro di Paolo, vivevano in stretto contatto. Mara, dalla fervida immaginazione, spronava in tutti modi sua figlia a vedere il modo come un luogo incantato e pieno di meraviglie. Con questo spirito, però, escogitava trucchetti per farsi aiutare nelle faccende di casa. Mara aveva un’indole furbesca, gagliarda. Aveva trascorso una vita piuttosto disillusa: l’infanzia tra i soprusi della madre che soleva percuoterla appena ne aveva l’occasione; un padre che, ben ché l’amasse, era quasi apatico alle vicende famigliari; un marito che le era stato quasi imposto (si fidanzarono all’inizio degli anni ’70 e di libertà ce n’era gran poca). Sua madre, le ripeteva spesso che era una brutta persona, che non aveva doti, che non sarebbe stata nessuno, che doveva sposare quel bravo ragazzo che tanto la sopportava. Mara era fragile alle accuse materne (e chi non lo è?) e quasi si convinse di essere quel negativo ritratto che sua madre pensava di conoscere. Non riusciva a vedere in Mara la persona dolce, simpatica e creativa che era; ma vedeva in lei quello che credeva di sapere. Conoscere una persona e credere di conoscere una persona (indistintamente se sangue del proprio sangue) sono due concetti totalmente diversi. Il primo è avere cognizione di causa, il secondo è immaginare senza sapere.

Dopo aver trascorso la prima parte della sua vita sotto questa prospettiva di sé stessa ed essersi convinta che fosse la realtà, s’impose di non fare lo stesso errore con sua figlia. Ilenia, fu un concepimento difficile. Sembrava non voler arrivare nella sua vita, ma, un bel giorno, eccola lì! Si svegliò con quel cambiamento interiore, quella percezione che hanno le donne quando sentono che qualcosa di magico sta per succedere in loro e fu proprio così. Mara era in cinta.  Si ripromise di non essere come sua madre, con sua figlia. Sarebbe stato diverso: avrebbe sognato, non l’avrebbe disinlusa, come fecero con lei. Sarebbe stato tutto diverso!

Ilenia, viveva bellissimi momenti creati da sua madre. Scopriva fantastici mondi di fantasia e veniva spronata ad immaginarne a sua volta. All’epoca, sulle reti nazionali, trasmettevano “I Puffi”: erano una specie di nanetti blu, con un codino, i pantaloncini bianchi e un buffo berretto a forma di virgola sul capo e vivevano in una foresta magica che, come abitazione, avevano colorati funghetti. A cinque anni, Ilenia era affascinata da quel cartone e tutto la emozionava di quel micromondo di fantasia. Un giorno, sua madre, le portò a casa un funghetto di plastica (potremmo dire che fosse un semplice fungo da decorare le composizioni floreali per i centro tavola) e le disse: <<Ti piace, Ilenia?>>

La bambina era perplessa, non sapeva cosa pensare e rispose alla madre con uno sguardo interrogativo sgranando i suoi occhioni da cerbiatto.

<<Non sai cos’è?>> incalzò la madre. Nulla. Ilenia sembrava ancora perplessa.

<<E’ la casetta dei Puffi!>> rivelò con entusiasmo Mara. Lo sguardo di Ilenia, mutò in uno scintillio di felicità e, sulla sua boccuccia, si dipinse un sorriso smagliante.

<<Vedi?>> continuò Mara, fiera d’aver catturato il suo entusiasmo: <<Lo mettiamo qui…>> spiegò appoggiando il fungo di plastica su un basso mobile ad angolo vicino alla lampada dalla base bombata e il cappello bianco frangiato. <<Non bisogna muoverlo tanto perché dentro ci sono i Puffi.>> rivelò con tono sommesso.

Ilenia era tutta scossa dall’emozione. Non poteva credere che sua madre (proprio la sua adorata mammina!), avesse trovato un fungo dei Puffi! Si accovacciò davanti al mobile dove vi fu appoggiata l’abitazione e la osservò a manine giunte come fosse un tesoro di inestimabile valore, come fosse un critico d’arte a pochi millimetri dalla Gioconda.

Dopo qualche minuto, durante i quali non accadde nulla, Ilenia chiese: <<Non esce nessuno?>>

Mara, fiera d’aver innescato quel meccanismo fantasioso nella figlia, spiegò: <<Hanno paura. Escono di notte perché sono piccolini e, vedendoti più grande di loro, temono che tu possa fargli del male…>>

La bambina, sentendosi offesa perché si reputava “brava”, rispose con tono imbronciato: <<Non gli farei mai del male!>>

<<Io lo so, ma loro non lo sanno. Sono piccolini e, sicuramente, usciranno questa notte quando andremo tutti a dormire…>>

Durante tutto il giorno, Ilenia fu presa da fantasticherie su quel fungo ed immaginò le avventure più disparate.

Mara era felice. Aveva intrattenuto sua figlia con poco, le aveva fatto apprezzare il valore anche in una cosa insignificante come quel fungo di plastica. Forse, sua madre aveva torto?

Le si strinse il cuore quando, alla sera, Ilenia lasciò un pezzo di biscotto accanto al fungo. Quella notte, si addormentarono con il sorriso.

Non sempre questi trucchetti riuscivano bene a Mara. Iniziava il periodo in cui la figlia aveva sempre più domande insistenti sulle figure natalizie tipo: Babbo Natale e la Befana. In base alle tradizioni, Babbo Natale era buono e la Befana era una vecchia arcigna. Come inculcarlo alla bambina, proprio non lo sapeva! Del primo, raccontava le solite cose che si tramandano ai bambini da anni: era un uomo buono, che vive al Polo Nord, che sa quando i bambini fanno i bravi tramite foto scattate durante l’anno (erano, questi, i fulmini, per esorcizzare un’eventuale paura del temporale, Mara aveva detto ad Ilenia che erano i flash della macchina fotografica di Babbo Natale e questa, saputo ciò, si metteva in “posa”), che porta doni, eccetera. Nell’immaginario collettivo, però, la Befana era più difficile da definire. Il suo personaggio di strega, cozzava con la bontà di Babbo Natale. Nella tradizione del paese, si soleva dire che, se un bambino veniva beccato ad aprire gli occhi mentre la Befana era in casa, questa glieli cuciva con ago e filo e il bimbo era costretto alla cecità vita natural durante.

Le domande riguardo alla Befana, erano sempre più incalzanti da parte di Ilenia e Mara non sapeva come destreggiarsi. Era quella un’epoca scarsamente tecnologica, i bambini rimanevano convinti dell’esistenza di questi personaggi più a lungo, l’infanzia stessa era più lunga e non terminava con l’avvicinarsi degli undici anni. Insomma, si rimaneva bambini più a lungo rispetto all’epoca moderna e bisognava imbastire storie solide su questi personaggi.

La giornata era iniziata male per Mara. L’ennesimo litigio con Paolo l’aveva portata all’esasperazione! Era cocciuto ed egoista e le sue scuse di “lavoro” non convincevano più di tanto sua moglie. La madre di Mara, poi, non era un approdo sicuro per avere conforto. Ogni comportamento negativo del marito, era da attribuirsi alla figlia ed al suo carattere indomabile e ciò sconfortava ancora di più Mara. No, quel giorno proprio non tirava aria!

Andò a prendere Ilenia alla Scuola dell’Infanzia prima che arrivasse l’orario in cui portano i bambini in mensa. Avrebbe deciso di passare il pomeriggio con la figlia prima di portarla dal medico a fare i vaccini.

Ilenia, era intenta ad ultimare il disegno che le maestre avrebbero accompagnato con il lavoretto di natale, quando la bidella comunicò all’insegnante che era arrivata la madre di un’alunna a prenderla. Con estrema felicità, Ilenia scoprì che fu lei la fortunata di quel giorno e trotterellò verso il suo attaccapanni per prendere zaino, sciarpa e cappotto.

Durante il ritorno a casa, era un racconto continuo sulle attività scolastiche, sui giochi e sulle avventure con gli amichetti di classe. Mara ascoltava con un sorriso appiccicato sulle labbra. In realtà, non ascoltava una parola, ma, il solo suono della voce della figlia, le faceva dimenticare per un po’ le vicissitudini coniugali. Solo un anno prima, era riuscita a superare una forte depressione dovuta a quel clima ostile che le si era creato attorno ed, aggrapparsi alla compagnia della figlia, era un modo per tenere lontano quell’ombra nera che sentiva ancora latente.

Prima di andare dal medico per la vaccinazione della figlia, Mara decise di fare prima qualche commissione in sua compagnia. Il tragitto, neanche a farlo apposta, fu costellato di domande incalzanti sulla Befana da parte della figlia: Come arriva? Con cosa arriva? Come scende dal camino? Perché su di una scopa? Perché mette i regali nelle calze? Non si può vederla proprio? Nemmeno se socchiudo gli occhi?

Mara rispondeva meccanicamente ormai. Era esasperata! “Quando i bambini ci si mettono, sanno proprio come rompere le scatole!” pensò mentre parcheggiava l’ennesima auto nuova comperata a debita dal marito.

Erano nella sala d’aspetto del dottore di condotta, il Dottor Ranieri. Era giovane, non aveva ancora quarant’anni, alto, magro e con enormi occhiali dalla montatura di metallo che, all’epoca, erano i più gettonati. La saletta era intrisa dell’odore di disinfettante; le sedie bianche, di plastica, ricordavano quelle dell’oratorio del parroco; un tavolino in vetro dalle bordature metalliche, sosteneva riviste non molto recenti; alle pareti, in maniera scomposta, erano appesi poster di prevenzione medica, annunci, vecchie comunicazioni del medico: “il giorno 14/06 lo studio sarà chiuso” e quattro quadretti raffiguranti disegni di bambini orientali paffuti e pavoni colorati.

Come previsto, il medico era occupato con un paziente in ambulatorio, in sala d’aspetto c’era una bella signora dai capelli mogano che accompagnava il figlio. Questo (povera creatura) era di costituzione esile, un caschettino biondo in testa e portava delle bende su entrambi gli occhi, molto probabilmente, postumi di un’operazione oculare.

Mara si sedette qualche posto più in là rispetto alla coppia e portò con sé Ilenia che non smetteva di ciarlare su questa Befana: “Maledetta quella volta in cui gliene ho parlato!” pensò sconsolata Mara.

Il tempo passava pigro ed era faticoso affrontarlo con tutti quei pensieri che turbinavano in testa alla donna. Il marito avrebbe lavorato anche quell’ultimo dell’anno e lei non sapeva se credergli o no, i debiti aumentavano sempre di più per colpa del nuovo BMW acquistato dal marito e della Ymaha bianca ed azzurra parcheggiata nel garage della loro villetta a schiera in stile squadrato tipico degli anni ’70. Come sottofondo a quel vortice di infernali pensieri, la voce sommessa della figlia che blaterava da quando erano partite di casa.

<<Sicura, sicura che non posso aprire gli occhi quando viene la Befana? Nemmeno se è di spalle?>> insistette Ilenia con un luccichio di sfida negli occhi e un sorriso burlone stampato in faccia.

<<Basta Ilenia!>> sibilò la madre: <<Vedi quel bambino?>> indicò con il dito la povera creatura bendata, appollaiato sul suo sedile, vittima indiretta di ciò che sarebbe stato il primo trauma della bambina.

Ilenia si sporse dalla sua seduta per guardare meglio il bambino. La sua espressione mutò in sincero dispiacere per quel compagno d’età, le sopracciglia si corrugarono, lo sguardo si spense in una morsa di rammarico e gli angoli della bocca, inarcati in un sorriso, si afflosciarono in un lieve broncio: <<Si, mamma…>> bisbigliò lei.

<<Ecco>> esordì esasperata Mara: <<Lui ha aperto gli occhi quando è arrivata la Befana!>>

L’orrore si dipinse sul volto della bambina! Quel bambino era diventato il tetro simbolo degli orrori commessi da quella vecchia donna che, nella notte del cinque gennaio, invade le case giudicando col suo personale criterio la bontà o la cattiveria di ogni singolo individuo e ledendo fisicamente costoro impunita dagli adulti loro tutori!

Con il volto sbiancato ed un’evidente espressione inorridita, la bambina si sporse ancora per guardare quel povero bambino. Un ultimo barlume di speranza, le fece rivolgere uno sguardo supplichevole alla madre: “Dimmi che è uno scherzo?” era l’evidente domanda che esprimeva con i suoi occhi.

Mara, in balia del furore e del detto: il dado è tratto, fece l’occhiolino alla madre del bambino, divertita dalla scenetta a cui assisteva, e chiese: <<Vero?>>.

L’altra madre, scellerata come Mara, annuì ed espresse la conferma di quanto detto dalla madre che condivideva quella sala d’aspetto.

Ilenia sprofondò nel sedile. Lo sguardo vitreo. Ed ora? Avrebbe fatto la stessa fine? Quante volte si era svegliata di notte sopraffatta da un brutto sogno? Se le fosse capitato QUELLA notte? Se la Befana se ne fosse accorta? Sarebbe stata costretta alla cecità per tutta la vita!

In balia di oscuri pensieri, non mugulò nemmeno quando il Dottor Ranieri la punse con l’ago. In merito a ciò, Mara promise che le avrebbe comperato un regalo per essere stata così brava. Non importava ad Ilenia del regalo, del dolore ovattato della puntura. Il mondo le sembrava lontano e mancavano pochi giorni all’epifania. Come avrebbe fatto?

Durante il viaggio di ritorno, Mara si morse un labbro. Ilenia era silenzio e non parlava neanche: “Temo d’aver esagerato con questa storia…” iniziò a pensare Mara mentre con la macchina imboccava il vialetto che portava a casa.

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Autore: labottegasilenziosa

Amo tante cose, sopratutto la fotografia, la lettura, la scrittura e i miei ricordi.

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