Raccolta Fotografica #1

Oggi niente di trascendentale, ho solo voluto condividere qualche scatto della centrale termo elettrica (in disuso)  di Porto Tolle, Veneto (Italy) e di alcune vedute, da essa, sul fiume Po.

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Guardiano

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Stavo riordinando alcune foto, quando ho trovato questa che ho scattato quest’anno nel periodo invernale. Probabilmente, quando la scattai, ero solo attratta dalla composizione e nulla più, ma oggi, in balia di qualche vena poetica, mi sono soffermata a pensare alla figura del guardiano del faro.

Non so se, nell’epoca moderna dove ogni cosa e governata dalla tecnologia, esista ancora il guardiano del faro, ma mi ha sopraffatto l’idea di questo personaggio misterioso, questo eremita dei mari con il corpo conficcato in quell’occhio luminoso e, magari, il cuore fluttuante sulla riva del porto.

Impegnato nel dovere di guidare le navi sperdute come cuccioli senza una madre e vincolato dal dilatamento del tempo. Queste ore che muoiono grevi sulle lancette dell’orologio, questo costante cadenzare delle ore lungo e pedante, ripetitivo nelle giornate successive e scosso solo dalle tempeste in mare; ammutolito dalla nebbia della notte e solenne nelle giornate serene.

Immagino me stessa vincolata in una responsabilità di quel genere e mi chiedo come sarebbe vedere la lontano la costa che si anima di persone, sapere che, al di là di quel piccolo ritaglio di terra dove si erge il faro, ci possa essere una vita diversa, una vita in cui le ore trascorrono frenetiche, dove il rapportarsi con le persone diventa quasi logorante, dove ci si sveglia e sembra che sia subito notte, dove la vita scorre come sabbia dalle dita. Mi chiedo come paragonerei tutto questo alla vita di eremitaggio in un faro: silenziosa, assente, lunga; dove l’orizzonte si fonde con il cielo, dove la natura si dimentica che esista ogni cosa, dove nessuno la controlla e con l’unico spettatore che la osserva da quell’enorme occhio luminoso.

Desy

Ritorno

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Se da una parte non vedevo l’ora che l’estate finisse, dall’altra ero terrorizzata dall’inizio delle scuole.

Verso fine agosto, era d’obbligo provvedere agli articoli di cancelleria: le solenni penne della “Replay” cancellabili e di tre colori: nero, blu e rosso; la gomma bianca della “Staedtler” o quella verde con il bordino bianco della “Pelikan”; matite rigate di giallo e nero o blu dall’estremità nera della “Staedtler” o  quelle giallo ocra dall’estremità marrone della “Temagraph”; pastelli colorati e pennarelli della “Giotto”; album da disegno della “Fabriano” con l’inconfondibile sfondo bianco e il logo blu; le immancabili penne colorate dagli inchiostri in gel glitterati; gomme dalle forme di animali da mettere alle estremità delle matite; temperini dalle forme bizzarre (quasi mai abbastanza affilati da fare la punta alle matite) e ogni sorta di gingillo colorato o dalla forma strampalata. Era quello, secondo me, il momento più bello della scuola: venire a casa dopo lo shopping, aprire le confezioni, ordinare tutto nell’astuccio, scrivere il nome e cognome sulle prime pagine dei quaderni, mettere copertine plasticate ai libri di testo…e fine.

Ricordo ancora il primo giorno di scuola alle elementari. Quella mattina, mia madre mi svegliò presto, mi mise il primo grembiulino (quello bianco con il colletto bordato di pizzo e una rosellina ricamata), mi mise il mio zaino di Barbie sulle spalle e mi scattò una foto. In quell’immagine, era racchiusa tutta la rappresentazione della mia esperienza scolastica: un broncio di disappunto e sopracciglia corrugate dalla rabbia. Non piansi, ero solo arrabbiata nell’essere costretta a fare ciò che non mi sarebbe mai piaciuto fare: obbedire.

Quella mattina, non mi condussero direttamente a scuola, ma mi portarono a vedere mio nonno. Era a letto ammalato, ma ci teneva a vedermi nel mio primo giorno di scuola. Quando entrai in casa, gli si illuminò lo sguardo, feci una piroetta per mostrargli il grembiulino candido, lo baciai sulla fronte, lui mi accarezzò. Era tardi e dovevo correre al mio primo giorno di scuola, lo salutai…e non lo rividi mai più.

Quando arrivai sul portone della scuola, mia madre mi accompagnò fino all’entrata. Una maestra giovane e dall’aria sbarazzina, si presentò e mi condusse in quella che sarebbe stata la mia nuova classe. Non ricordo d’aver pianto, anzi, bene o male ritrovai i miei compagni della Scuola dell’Infanzia (al tempo veniva ancora chiamata Scuola Materna) perciò, era come aver cambiato collocazione, ma avevo ancora i miei amichetti.

Lo shock più grosso, lo ebbi quando conobbi l’insegnante d’italiano! Un’austera donna di mezza età, dalla corporatura snella e alta sebbene la gobba le togliesse centimetri, capelli neri e cotonati, un paio d’occhiali dall’ampia montatura che portava appesi al collo o appollaiati sul suo naso aquilino, mani ossute e appuntite e una voce gracchiante. Era intransigente, di quei personaggi che sono convinti di spronare le persone criticandole fino all’offesa e sempre pronta a difendere i suoi prediletti. Ovviamente, io ero nella prima fascia e cioè: facevo parte di quelli che, un giorno si e l’altro pure, si beccavano appellativi come “oca” o “ignorantella” (tutte “offesine” pucciose e carine).

Io odiavo lei e lei odiava me! Ancora adesso, a sentire il suo nome, mi sembra che la terra tremi sotto ai piedi e sento le sue grida levarsi dalle nebulose del passato. No, non è un’immagine volutamente esagerata, non l’ho descritta esagerando i miei ricordi per trasmettere terrore al lettore, io davvero la vedo come un mio personale “demone”. E’ il simbolo del mio buio, quando non riesco in qualcosa sento la sua voce nella mia mente che mi giudica e che mi predice un futuro da sguattera presso l’abitazione della mia ex compagna di classe che, nemmeno a dirlo, era la sua cocca.

Fortunatamente, il tempo passa e getta su certi ricordi patine e patine di polvere ma, nella mia esperienza scolastica, tre sono le cose che non dimenticherò mai: il dito accusatorio della maestra d’italiano alle elementari, la crudeltà dei compagni di classe alle medie e, per fortuna, la simpatia del professore di diritto alle superiori.

Desy

Un felice termine

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Per molte persone, questo periodo rappresenta il termine di una bellissima stagione, fatta di notti troppo brevi, di soleggiate giornate al mare, di cocktail sorseggiati in riva alla spiaggia, d’incalzanti ritmi latini ripetuti sull’onda del loro successo musicale, di corpi sinuosi ed abbronzati, vacanze che non si vorrebbe finissero mai e calde pennichelle nelle prime ore pomeridiane. Se si chiedesse, a queste persone, di prolungare il periodo estivo, ne sarebbero ben liete. Baratterebbero all’istante l’autunno alle porte, con la loro estate folleggiante!

Per me non è così!

Finalmente, il canonico periodo estivo sta terminando! HIP HIP URRA’!

Forse, è un fattore che porto dall’infanzia. Ricordo che non ero avvezza ad andare in spiaggia e mi ritrovavo spesso da sola nei fine settimana. Gli amichetti con cui ero abituata a giocare, partivano presto con i genitori per trascorrere le loro giornate al mare e io mi ritrovavo a giocare, spesso, da sola. L’unico ricordo piacevole, erano i suoni del primo pomeriggio, quelli che si sentono mentre fissi il soffitto, costretta al pisolino pomeridiano: il lontano cicalare, le fronde scosse dal vento, un ovattato suono di un aeroplano disperso nell’etere…

Più grande, mi accorgo che non è cambiato poi molto. Odio la spiaggia, il calore bruciante sulla pelle e la noia del crogiolarsi al sole. Odio le strade deserte in paese nel fine settimana, il sole a picco nel primo pomeriggio e l’afa che non molla la presa fino al tramonto quando, per bontà sua, allenta un po’ la presa. Odio salire in auto convertite in forni elettrici, il volante intoccabile come una piastra per piadine, l’immancabile climatizzatore rotto, i circuiti della radio che vanno in tilt e tutta la micro fauna spiaccicata nel parabrezza e nella maschera del radiatore.

Finalmente, si sente il laconico addio della stagione estiva, le giornate che iniziano a restringersi e, con la mietitura del riso, si dice addio a questa stagione amata dalla maggioranza ed odiata da strampalati come me.

Desy